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Qatar, il piccolo emirato che ha comprato influenza e ora condiziona Israele

Da Gaza a Washington, Doha usa gas, denaro e diplomazia per diventare indispensabile mentre ospita Hamas e dialoga con l’Iran

Rosa Davanzo

Tempo di Lettura: 4 min
Qatar, il piccolo emirato che ha comprato influenza e ora condiziona Israele

Il Qatar è diventato uno dei nodi più delicati della sicurezza israeliana pur senza avere un esercito capace di minacciare Israele, missili puntati su Tel Aviv o un programma nucleare come quello iraniano. La sua forza è altrove, ed è molto più difficile da colpire. Sta nel denaro, nelle relazioni costruite dentro le élite occidentali, nella capacità di presentarsi come mediatore indispensabile mentre mantiene rapporti con Hamas, con l’Iran e con l’universo dell’islam politico.

A Gerusalemme la domanda torna con insistenza ogni volta che Doha viene trattata da Washington come partner privilegiato. Come ha fatto un emirato che ha ospitato per anni la leadership politica di Hamas, ha finanziato Gaza attraverso canali approvati anche da Israele e ha dato ad Al Jazeera una linea spesso ferocemente ostile allo Stato ebraico, a trasformarsi in una delle capitali diplomatiche più ascoltate del Medio Oriente?
La risposta riguarda il Qatar, certo, e riguarda anche Israele. Per anni a Gerusalemme si è pensato di poter usare Doha per gestire Gaza, contenere Hamas, far arrivare denaro nella Striscia e mantenere aperti canali indiretti. Dopo il 7 ottobre, quella scelta appare sotto una luce molto diversa. L’emirato ha usato il proprio ruolo di intermediario per accreditarsi presso Israele, gli Stati Uniti e l’Europa, mentre consolidava il proprio peso proprio nei dossier più esplosivi per la sicurezza israeliana.

Udi Levy, ex capo dell’unità Tzalzal del Mossad, ha descritto il metodo qatariota come una combinazione di diplomazia, influenza e sostegno a forze ostili a Israele. Ariel Admoni, ricercatore dell’Università di Ariel e del Jerusalem Institute for Strategy and Security, insiste invece su un punto politico decisivo. Il Qatar vuole diventare un attore che nessuno può aggirare. La sua ambizione consiste nel sedere sempre al tavolo, anche quando il tavolo riguarda i nemici di Israele.

La metamorfosi comincia negli anni Novanta, quando le immense riserve di gas trasformano una piccola monarchia del Golfo in una potenza finanziaria globale. L’emiro Hamad bin Khalifa Al Thani capisce che Doha potrà difficilmente competere sul piano militare con Arabia Saudita, Iran o Turchia, e sceglie un’altra strada. Investimenti, sport, università, media, lobby, fondi sovrani. Il marchio Qatar entra nelle banche, nel calcio europeo, nei grandi magazzini di Londra, nei campus americani e nei corridoi del potere di Washington.

La base di Al Udeid, che ospita il più importante dispositivo militare americano nella regione, è il simbolo perfetto di questo equilibrio ambiguo. Il Qatar garantisce agli Stati Uniti una piattaforma strategica essenziale e nello stesso tempo conserva rapporti stretti con Teheran. Dialoga con Hamas e poi si offre come unico canale per negoziare sugli ostaggi. Si presenta come forza stabilizzatrice e intanto coltiva legami con i movimenti dell’islam politico, a partire dalla galassia dei Fratelli musulmani.

Il caso Gaza è il più pesante per Israele. Dal 2018 il denaro qatariota è entrato regolarmente nella Striscia con l’idea di evitare il collasso umanitario e comprare una qualche forma di calma. Col tempo, quel meccanismo ha contribuito a rafforzare il dominio di Hamas, permettendo al gruppo terroristico di consolidare il potere civile e militare. L’illusione della gestione pragmatica si è spezzata il 7 ottobre, quando è diventato evidente che il “male minore” aveva alimentato una macchina molto più pericolosa.

Il problema adesso riguarda il futuro. Doha vuole esserci nel dopoguerra di Gaza, vuole contare nei meccanismi regionali, vuole avere voce anche sul Libano e sul rapporto fra Stati Uniti e Iran. Israele, invece, deve decidere se continuare a trattare il Qatar come un canale necessario o cominciare a considerarlo un fronte strategico a tutti gli effetti, diverso da quello militare, però capace di incidere sulla libertà d’azione dello Stato ebraico.

La lezione è brutale. Il Qatar ha capito prima di molti altri che nel mondo contemporaneo l’influenza si compra, si distribuisce, si traveste da mediazione e poi diventa potere politico. Israele ha guardato a lungo a Doha come a un intermediario utile. Oggi deve fare i conti con una realtà più scomoda. L’emirato che sembrava servire a gestire Hamas ha costruito attorno a Hamas, all’Occidente e alla diplomazia regionale una rete che rende Israele più esposto, più isolato e più dipendente dalle scelte altrui.



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