Si è appena conclusa ieri la festa di Shavuot, “settimane” in ebraico, che fra gli altri significati simboleggia l’inizio della mietitura e l’arrivo delle prime raccolte estive. È una festa prettamente agricola, e proprio per questo è molto sentita sia nei kibbutzim che nei moshavim, che rappresentano ancora oggi il cuore della produzione agricola del Paese. Un gioco di parole, possibile solo in ebraico, la definisce sia la festa delle primizie che la festa dei visitatori, visto che, per una volta tanto, si svolge una migrazione inversa che porta migliaia di visitatori dalla città alla campagna.
Dopo il 7 ottobre, come molte altre cose, anche la celebrazione delle feste ha dovuto subire drastiche modifiche, visto il rischio di bombardamenti e attentati. Anche la festa delle settimane non è sfuggita a questa crudele realtà. Il pericolo attuale è rappresentato dai droni esplosivi, ordigni volanti economici, facili da usare e difficili da neutralizzare. La migliore contromisura, almeno per il momento, è rappresentata da reti che impediscono ai droni di arrivare sul bersaglio. E così, sul prato centrale del kibbutz, è stato montato un immenso telone che, oltre a scongiurare il pericolo, ha fornito la necessaria copertura da un sole primaverile particolarmente gradito.
Nonostante le apprensioni, dovute oltre che agli attacchi di Hezbollah anche al maltempo che solo il giorno prima metteva ancora in dubbio la possibilità di festeggiare l’arrivo delle primizie, i visitatori sono arrivati a frotte, simbolo, se mai ce ne fosse stato bisogno, della resilienza israeliana e della sua volontà di normalità, anche se fugace.
La presenza numerica ha rappresentato una piacevole sorpresa poiché solo la notte prima si era verificato un tentativo di infiltrazione di miliziani libanesi proprio nella nostra zona. Uno dei momenti clou della festa, oltre alla sfilata dei vari mezzi di produzione agricola, trattori e animali da fattoria, è la presentazione al pubblico del raccolto più significativo: i nuovi nati durante l’anno appena trascorso.
È questo il messaggio più importante che la festa di Shavuot ha per tutti i centri agricoli sparsi per il Paese: la vita continua, più forte che mai, e il nostro attaccamento a questa terra che lavoriamo quotidianamente e da cui deriva il nostro sostentamento non accenna a diminuire. Con buona pace delle sirene, che per il momento sono rimaste senza lavoro.
PER CHI SUONA LA SIRENA. Guerra o pace?
Luciano Assin.
Nato a Milano nel 1957, dopo la maturità Assin si è trasferito a Sasa, un kibbutz al confine col Libano, è stato allevatore di bestiame, educatore e responsabile del settore risorse umane in una delle fabbriche del kibbutz. Attualmente è guida turistica. Ha un B.A. in Sociologia e Risorse Umane ed una laurea magistrale in Storia del popolo ebraico.
Nel 2013 ha aperto un blog – laltraisraele.wordpress.com – e, a gennaio di quest’anno, un saggio – reperibile su Amazon – ‘Se lo vorrete non sarà un sogno. Storia del Sionismo’. Assin è sposato, padre di 3 figli e nonno di 7 nipoti.

