Il 27 maggio, dentro una delle istituzioni che più amano presentarsi come presidio dei valori democratici europei, salirà sul palco anche un uomo che in passato ha dichiarato apertamente di avere ricevuto addestramento militare da Hezbollah. Il suo nome è Dyab Abou Jahjah, fondatore della Hind Rajab Foundation, organizzazione diventata negli ultimi mesi uno dei principali strumenti internazionali di pressione giudiziaria contro Israele e contro militari israeliani in vari Paesi occidentali. Il dettaglio che trasforma la vicenda in un caso politico europeo riguarda però il contesto dell’evento, perché l’iniziativa risulta finanziata dal Parlamento europeo nell’ambito della campagna “Justice for Palestine – stop al Trattato UE-Israele”.
La conferenza, prevista in Italia e organizzata dalla European Left Alliance, vedrà tra i relatori anche Francesca Albanese, relatrice speciale ONU per i Territori palestinesi, già al centro di durissime polemiche internazionali e di un contenzioso giudiziario negli Stati Uniti legato alle sanzioni decise dall’amministrazione Trump nel 2025. Secondo quanto riportato da Reuters e da diverse organizzazioni internazionali di monitoraggio, una corte d’appello americana ha recentemente consentito la riattivazione temporanea di quelle misure restrittive mentre il procedimento prosegue.
Il problema politico, tuttavia, va oltre il singolo nome o la singola polemica. La questione riguarda la crescente permeabilità di una parte delle istituzioni europee verso ambienti che orbitano attorno a organizzazioni radicali, a strutture di lawfare internazionale contro Israele e a figure che, nel corso degli anni, hanno espresso posizioni apertamente indulgenti verso Hezbollah o Hamas.
Dyab Abou Jahjah non è un personaggio marginale pescato casualmente ai bordi dell’attivismo filopalestinese europeo. In Belgio il suo nome è noto da oltre vent’anni. Nel 2002 venne arrestato con l’accusa di avere incitato rivolte ad Anversa e nel corso degli anni ha costruito una figura pubblica volutamente provocatoria, nella quale il sostegno alla “resistenza” armata libanese è sempre rimasto parte integrante della propria identità politica. In un profilo pubblicato dal New York Times nel 2003, Abou Jahjah si definiva esplicitamente un ex membro di Hezbollah addestrato militarmente dal gruppo sciita libanese.
Oggi guida la Hind Rajab Foundation, organizzazione registrata a Bruxelles che negli ultimi mesi ha promosso denunce, raccolte di dossier e iniziative giudiziarie contro cittadini e soldati israeliani in Europa e in America Latina. La fondazione sostiene di voler perseguire presunti crimini di guerra; Israele e diverse organizzazioni ebraiche la accusano invece di condurre una campagna sistematica di intimidazione politica e giudiziaria contro israeliani all’estero.
Nel programma dell’evento figurano inoltre eurodeputati della sinistra europea, esponenti politici italiani come Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, oltre all’ex vicepresidente del Parlamento europeo Luisa Morgantini. La European Left Alliance precisa che il Parlamento europeo non sarebbe responsabile dei contenuti dell’iniziativa, formula standard utilizzata spesso per questo tipo di eventi finanziati attraverso gruppi parlamentari o fondazioni collegate. Resta però il dato politico di fondo: soldi provenienti dall’universo istituzionale europeo finiscono per sostenere una conferenza nella quale uno dei relatori principali è un uomo che rivendica trascorsi dentro Hezbollah.
La vicenda arriva in un momento particolarmente delicato per l’Europa. Dopo il 7 ottobre, le capitali europee hanno conosciuto un aumento impressionante di episodi antisemiti, aggressioni, intimidazioni davanti alle sinagoghe, minacce contro scuole ebraiche e manifestazioni nelle quali slogan estremisti vengono ormai pronunciati con una naturalezza che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata impensabile. In questo clima, la presenza di figure così controverse in eventi riconducibili all’orbita parlamentare europea assume inevitabilmente un peso simbolico enorme.
Nessuno pretende che il Parlamento europeo organizzi soltanto conferenze gradite a Israele o agli ambienti ebraici europei. Una democrazia liberale vive anche di conflitto politico duro. Però esiste una differenza sostanziale tra il dissenso verso il governo israeliano e la progressiva normalizzazione di personaggi che hanno costruito la propria notorietà all’interno di ecosistemi ideologici nei quali Hezbollah viene trattato come un interlocutore politico rispettabile anziché come un’organizzazione armata responsabile di terrorismo internazionale.
Ed è precisamente qui che la questione smette di riguardare soltanto Israele. Riguarda l’Europa stessa, la sua memoria politica, la sua capacità di distinguere tra critica legittima e complicità culturale con movimenti che combattono apertamente i principi democratici che Bruxelles sostiene di voler difendere.
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