Il sostegno palestinese ad Hamas scende di undici punti in dieci mesi e quello alla lotta armata ne perde quattordici, mentre per la prima volta da tempo i negoziati con Israele vengono indicati come lo strumento più efficace per arrivare a uno Stato palestinese. Sono i dati più significativi dell’ultimo sondaggio diretto dal politologo Khalil Shikaki, uno dei maggiori studiosi dell’opinione pubblica palestinese, che fotografa una società profondamente segnata dalla guerra e sempre più distante dalle proprie organizzazioni politiche.
La rilevazione, condotta faccia a faccia tra il 5 e l’8 agosto su 1.270 palestinesi, 830 in Cisgiordania e 440 nella Striscia di Gaza, registra un cambiamento consistente rispetto a dieci mesi fa. Hamas raccoglie oggi il 24 per cento delle preferenze, contro il 35 precedente. La perdita è particolarmente marcata in Cisgiordania, dove passa dal 32 al 18 per cento, mentre a Gaza scende dal 41 al 33. Fatah rimane complessivamente ferma al 24 per cento.
Ancora più interessante è ciò che accade quando agli intervistati viene chiesto quale sia il mezzo più efficace per porre fine al conflitto e arrivare alla costituzione di uno Stato palestinese. Il 44 per cento sceglie i negoziati, che dieci mesi fa erano indicati dal 36 per cento. La lotta armata precipita invece dal 41 al 27 per cento, mentre la resistenza popolare non violenta sale dal 14 al 19.
Il dato segnala una svolta rilevante, soprattutto considerando quanto il 7 ottobre 2023 avesse inizialmente rafforzato Hamas nell’opinione pubblica palestinese. Nei primi mesi della guerra i sondaggi dello stesso Palestinian Center for Policy and Survey Research avevano registrato livelli elevati di consenso per il movimento islamista e per il ricorso alle armi. Già successivamente, tuttavia, erano emersi segnali di erosione. In una precedente rilevazione, la percentuale di quanti consideravano la lotta armata lo strumento più efficace era scesa di diciassette punti in appena tre mesi.
Sarebbe però sbagliato interpretare i nuovi numeri come un semplice spostamento verso posizioni moderate. La stessa rilevazione mostra quanto il quadro sia più contraddittorio. Il 72 per cento degli intervistati rifiuta infatti l’ipotesi che Hamas deponga le armi prima di un completo ritiro israeliano dalla Striscia. In Cisgiordania la percentuale arriva al 79 per cento, a Gaza si ferma al 62, comunque quasi due palestinesi su tre. Rispetto a dieci mesi fa, l’opposizione al disarmo è persino cresciuta.
A emergere è soprattutto una crisi di rappresentanza. Alla domanda su quale organizzazione sia più adatta a guidare il popolo palestinese, Hamas raccoglie il 28 per cento, tredici punti in meno rispetto a dieci mesi fa, e Fatah il 21. Il 44 per cento respinge entrambe. Quasi quattro palestinesi su dieci, interrogati sulle proprie preferenze politiche, dichiarano inoltre di non sostenere alcuna formazione o di essere indecisi.
Il nome che attraversa questa crisi resta quello di Marwan Barghouti, dirigente di Fatah detenuto in Israele dal 2002 e condannato a cinque ergastoli per il suo ruolo in attentati terroristici durante la seconda Intifada. Alla domanda su chi dovrebbe succedere a Mahmoud Abbas alla guida dell’Autorità Palestinese, Barghouti ottiene il 39 per cento, distanziando Khalil al-Hayya di Hamas, fermo al 16, e l’ex uomo forte di Fatah Mohammed Dahlan, al 15. La sua popolarità è un elemento ricorrente nelle rilevazioni palestinesi da molti anni.
Il sondaggio arriva mentre si prepara un passaggio politico che potrebbe modificare profondamente gli equilibri interni. Mahmoud Abbas ha convocato le elezioni legislative per il 28 novembre 2026, mentre le presidenziali dovrebbero svolgersi nel primo trimestre del 2027. La Commissione elettorale palestinese ha già fissato il calendario delle procedure per il voto di novembre.
Resta naturalmente da capire se le consultazioni potranno davvero svolgersi in Cisgiordania, a Gerusalemme Est e soprattutto nella Striscia di Gaza, e con quali condizioni politiche e di sicurezza. Le ultime legislative palestinesi risalgono al 2006 e furono vinte proprio da Hamas, aprendo la crisi che l’anno successivo portò alla separazione fra Gaza, controllata dal movimento islamista, e la Cisgiordania amministrata dall’Autorità Palestinese.
Vent’anni dopo, l’elettorato appare profondamente diverso. Hamas esce dalla guerra molto più debole sul piano del consenso, Fatah non riesce ad approfittarne e una quota enorme di palestinesi non si riconosce in nessuno dei due. Il dato forse più importante riguarda proprio questo vuoto politico. Se davvero si voterà, la questione sarà capire chi riuscirà a occuparlo.