Israele si ritrova oggi inserito in una lista che comprende Hamas, ISIS, Al-Qaeda e alcuni dei regimi più controversi del pianeta. La decisione delle Nazioni Unite di includere le autorità israeliane nell’elenco dei responsabili di gravi violenze sessuali ai danni di palestinesi ha provocato una reazione durissima a Gerusalemme e sta alimentando un acceso dibattito tra giuristi, diplomatici ed esperti di sicurezza sulle possibili conseguenze internazionali.
La questione va ben oltre il danno simbolico. L’inserimento nella cosiddetta “lista nera” dell’ONU arriva mentre Israele affronta già il procedimento per genocidio promosso dal Sudafrica presso la Corte Internazionale di Giustizia e mentre continua l’attività della Corte Penale Internazionale dell’Aia relativa alla guerra scoppiata dopo il 7 ottobre 2023. Per questo motivo la decisione del segretario generale António Guterres viene osservata con particolare attenzione negli ambienti diplomatici e legali.
Secondo il tenente colonnello della riserva Eran Shamir-Borer, già responsabile del dipartimento di diritto internazionale dell’Avvocatura militare israeliana e oggi direttore del Centro per la Sicurezza Nazionale e la Democrazia presso l’Istituto Israeliano per la Democrazia, il primo effetto riguarda la reputazione internazionale dello Stato ebraico. Il problema, spiega, nasce dal fatto che Israele viene collocato nella stessa categoria di organizzazioni terroristiche e di Stati che non condividono alcun principio democratico.
Per Shamir-Borer il rischio immediato di mandati di arresto contro soldati delle Forze di Difesa Israeliane rimane comunque limitato. Un eventuale procedimento penale internazionale richiederebbe infatti prove specifiche che dimostrino il coinvolgimento personale dell’individuo accusato oppure una responsabilità di comando rispetto ai presunti reati contestati. L’esistenza di accuse generiche non sarebbe sufficiente per superare la soglia probatoria necessaria.
L’ex ufficiale mette però in guardia da conseguenze indirette che potrebbero rivelarsi molto più significative. Il rapporto delle Nazioni Unite potrebbe essere utilizzato come materiale di supporto nel procedimento promosso dal Sudafrica davanti alla Corte Internazionale di Giustizia. Potrebbe inoltre rafforzare campagne internazionali volte a promuovere sanzioni contro funzionari israeliani e alimentare ulteriormente l’attività della Corte Penale Internazionale.
Shamir-Borer ritiene che Israele debba reagire sul piano sostanziale oltre che su quello politico. A suo giudizio il modo più efficace per contrastare le accuse consiste nel dimostrare che eventuali denunce credibili vengono effettivamente indagate e che chiunque abbia commesso violazioni venga perseguito secondo la legge. Una strategia che, oltre a rafforzare la posizione giuridica dello Stato, potrebbe favorire in futuro la rimozione di Israele dalla lista attraverso il procedimento noto come delisting.
Molto più severo verso le Nazioni Unite è l’avvocato Yuval Sasson, esperto di diritto internazionale e rappresentante di numerose famiglie delle vittime e degli ostaggi del 7 ottobre. Sasson considera il paragone tra Israele e Hamas profondamente offensivo e sostiene che non esistano prove capaci di sostenere le accuse formulate contro le autorità israeliane.
Secondo il giurista, l’ONU starebbe cercando di costruire una sorta di equivalenza morale tra i crimini sessuali perpetrati dai terroristi di Hamas il 7 ottobre e le accuse rivolte a Israele riguardo al trattamento di detenuti palestinesi. Una comparazione che, a suo giudizio, ignora la documentazione raccolta sugli abusi commessi durante il massacro e si fonda invece su accuse ancora oggetto di verifica.
Anche Sasson riconosce che rapporti di questo tipo possano essere utilizzati da organismi internazionali come elementi di supporto nelle proprie decisioni. Per questo ritiene essenziale che Israele continui a svolgere indagini indipendenti e trasparenti, mostrando alla comunità internazionale la capacità delle proprie istituzioni di accertare eventuali responsabilità senza interferenze esterne.
Dietro la disputa giuridica emerge una questione più ampia che riguarda il posto occupato da Israele nelle organizzazioni internazionali. Per i critici della decisione, l’inserimento nella lista nera rappresenta l’ennesimo episodio di una crescente politicizzazione delle istituzioni multilaterali. Per altri costituisce invece un richiamo alla necessità di affrontare con serietà ogni denuncia riguardante il comportamento delle forze di sicurezza.
Qualunque sia la lettura, una conseguenza appare già evidente. Israele dovrà affrontare nei prossimi mesi una battaglia che si combatterà nelle cancellerie, nei tribunali internazionali e nell’opinione pubblica globale, un terreno sul quale la percezione conta spesso quasi quanto le sentenze.

