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Onu e Israele, la lista nera del pregiudizio

Il rapporto sulla violenza sessuale nei conflitti inserisce Israele accanto a Hamas e Stato islamico, mentre l’autrice ammette di non aver verificato personalmente le prove

Alessandro Carmi

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Onu e Israele, la lista nera del pregiudizio

L’Onu ha compiuto un altro passo nel suo ormai logoro rituale contro Israele, inserendo le forze armate e di sicurezza israeliane nella lista dei soggetti sospettati di violenze sessuali nei conflitti. La gravità della decisione sarebbe già enorme. A renderla politicamente esplosiva è il fatto che Pramila Patten, rappresentante speciale del segretario generale per la violenza sessuale nei conflitti, abbia ammesso di non aver esaminato personalmente le prove e di non considerare la verifica diretta una responsabilità del proprio ufficio.

Il punto, in questa vicenda, riguarda il metodo prima ancora del merito. Accusare uno Stato democratico, dotato di magistratura, procedure militari, organismi di controllo e strumenti di indagine interni, collocandolo accanto a Hamas, allo Stato islamico e ad altri gruppi criminali, richiederebbe una soglia probatoria altissima. Invece la spiegazione offerta da Patten suona come una resa burocratica mascherata da procedura internazionale. Il suo ufficio, ha detto, raccoglie e trasmette informazioni verificate da altri canali. Tradotto in linguaggio politico, significa che l’accusa viene lanciata, mentre la responsabilità della prova si perde nel labirinto delle strutture Onu.

Il rapporto 2026 sulla violenza sessuale nei conflitti sostiene che l’Onu abbia verificato 31 casi riguardanti vittime palestinesi, tra uomini, donne e minori provenienti da Gaza e dalla Cisgiordania. Israele respinge le accuse e denuncia una decisione politica, maturata dentro un sistema che da anni riserva allo Stato ebraico un trattamento sproporzionato. L’ambasciatore israeliano all’Onu, Danny Danon, ha parlato di una scelta “distaccata dai fatti e dalla realtà”, mentre il ministero degli Esteri israeliano ha definito l’inserimento nella lista una decisione “vergognosa e assurda”.

La contraddizione più pesante riguarda il 7 ottobre. Hamas, che in quella giornata ha massacrato civili israeliani, rapito donne e uomini, e sul quale esistono testimonianze, immagini, indagini e rapporti relativi anche alla violenza sessuale, resta naturalmente nella lista. Tuttavia l’Onu, nello stesso documento, afferma di non essere riuscita a verificare alcune testimonianze pubbliche di ostaggi liberati dalla prigionia a Gaza. Così il sistema che pretende di certificare la violenza finisce per apparire severissimo con Israele e prudentissimo con chi ha trasformato il corpo degli ostaggi in terreno di guerra.

La questione, quindi, riguarda l’autorità morale delle Nazioni Unite. Un’istituzione nata anche per impedire che la forza sostituisse il diritto sembra ormai incapace di distinguere tra uno Stato che può essere criticato, anche duramente, e un’organizzazione terroristica che rivendica la distruzione di quello Stato. Quando la stessa categoria amministrativa accoglie insieme Israele e Hamas, il problema diventa politico e culturale, perché il linguaggio del diritto internazionale viene piegato fino a produrre equivalenze che feriscono la verità prima ancora della diplomazia.

Israele ha annunciato la rottura dei rapporti con l’ufficio del segretario generale António Guterres, il cui mandato scade il 31 dicembre 2026. È una reazione dura, ma comprensibile. Nessun Paese democratico può accettare che accuse di questa portata vengano trattate come un atto d’ufficio, soprattutto quando chi le presenta dichiara di non aver verificato personalmente il materiale su cui si fondano.

Il tema della violenza sessuale nei conflitti merita serietà assoluta. Proprio per questo non può diventare uno strumento di propaganda diplomatica. Ogni vittima va ascoltata, ogni denuncia va esaminata, ogni responsabilità va accertata. Però l’accertamento richiede prove, accesso agli atti, confronto, verifica, diritto di replica. Senza questi elementi, il rapporto Onu rischia di trasformarsi in una sentenza politica scritta con il lessico dei diritti umani.

Il caso israeliano mostra ancora una volta il cortocircuito di una parte della comunità internazionale. Davanti a Hamas si invoca la complessità, davanti a Israele si invoca la condanna. Davanti agli ostaggi israeliani si moltiplicano le cautele, davanti alle accuse contro lo Stato ebraico si accelera il verdetto. È questo squilibrio, più ancora delle singole parole del rapporto, a rendere la decisione devastante per la credibilità dell’Onu.

Un organismo internazionale che pretende di difendere le vittime dovrebbe temere sopra ogni cosa l’ingiustizia commessa in loro nome. In questa vicenda, invece, l’Onu appare prigioniera del proprio riflesso più antico e più dannoso: trasformare Israele nell’imputato permanente, anche quando la prudenza, la serietà e il rispetto dei fatti imporrebbero tutt’altro passo.