Per comprendere quanto sia complessa la partita che si gioca attorno all’Iran, basta osservare una notizia che fino a poco tempo fa sarebbe sembrata materia da romanzo di spionaggio. Secondo informazioni emerse in Israele e confermate da una serie di fonti internazionali, il Mossad avrebbe armato milizie curde ostili a Teheran utilizzando anche armi sequestrate ad Hamas nella Striscia di Gaza e a Hezbollah in Libano.
L’operazione, che avrebbe coinvolto pure la CIA, faceva parte di un piano molto più ampio destinato a sfruttare le fragilità interne della Repubblica islamica. Alla fine, però, il progetto si è arenato sotto il peso delle resistenze americane e soprattutto delle fortissime pressioni esercitate dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan su Donald Trump.
La vicenda, raccontata dal giornalista israeliano Itamar Eichner e collegata a rivelazioni apparse nei mesi scorsi sulla stampa turca e americana, getta luce su uno dei grandi temi della geopolitica contemporanea: il ruolo dei curdi come possibile fattore di destabilizzazione dell’Iran e, allo stesso tempo, come incubo strategico per la Turchia.Secondo quanto emerso, Israele avrebbe individuato nelle organizzazioni curde operanti tra Iraq e Iran una possibile forza di terra capace di aprire un fronte interno contro il regime degli ayatollah. In questo quadro sarebbero state trasferite ai combattenti curdi armi recuperate durante le operazioni militari contro Hamas e Hezbollah, mentre la CIA avrebbe contribuito con armamenti leggeri, missili anticarro, veicoli, fondi e attività di addestramento.
L’obiettivo non era soltanto militare. Nella visione di alcuni settori israeliani e americani, una pressione simultanea dall’esterno e dall’interno avrebbe potuto accelerare una crisi del sistema iraniano già messo a dura prova dalle difficoltà economiche, dalle tensioni etniche e dal crescente malcontento popolare. Il progetto, tuttavia, si è scontrato con diversi ostacoli. Da Washington sono emersi dubbi sulla reale capacità operativa delle milizie curde e sulla possibilità di sostenerle in caso di risposta massiccia da parte dell’esercito iraniano. Lo stesso Trump, secondo le ricostruzioni circolate negli ambienti di sicurezza, avrebbe espresso scetticismo sulla loro capacità di reggere un confronto diretto con Teheran.
A fare la differenza è stata però Ankara. Erdogan considera da sempre ogni forma di rafforzamento politico o militare dei curdi una minaccia esistenziale per la stabilità della Turchia. Per questo motivo il governo turco avrebbe avviato una intensa attività diplomatica sia verso Washington sia verso i leader curdi iracheni. Secondo il quotidiano turco Daily Sabah, vicino all’esecutivo di Ankara, le autorità turche avrebbero contattato direttamente le famiglie Barzani e Talabani, figure centrali della politica curda irachena, scoraggiandole dal partecipare a qualsiasi iniziativa contro l’Iran.La pressione avrebbe riguardato anche il PKK e il suo leader storico Abdullah Öcalan, detenuto in Turchia dal 1999. Il messaggio era semplice: qualsiasi coinvolgimento curdo in un’operazione sostenuta da Israele avrebbe avuto conseguenze gravissime nei rapporti con Ankara.
A confermare indirettamente l’esistenza del progetto è stato nelle scorse settimane il generale in congedo Tamir Heyman, già capo dell’intelligence militare israeliana. In un’intervista a un’emittente americana, Heyman ha riconosciuto che l’intera sequenza operativa avrebbe dovuto prendere avvio proprio da un’iniziativa curda e che l’opposizione di Erdogan ebbe un ruolo determinante nel convincere Trump a fermare il piano. Al di là dei dettagli, alcuni dei quali continueranno probabilmente a restare coperti dal segreto, questa vicenda racconta molto del nuovo Medio Oriente. Israele vede nell’Iran la principale minaccia strategica alla propria sicurezza. La Turchia considera il nazionalismo curdo un pericolo ancora più immediato. Gli Stati Uniti cercano di contenere Teheran evitando però di incendiare l’intera regione. In mezzo si trovano i curdi, popolo senza Stato e protagonista involontario di quasi tutte le grandi crisi del Medio Oriente contemporaneo.
Il fatto che armi sottratte ad Hamas e Hezbollah siano finite al centro di un progetto destinato a colpire il principale sponsor di entrambe le organizzazioni dimostra quanto i conflitti della regione siano ormai intrecciati. Gaza, Libano, Iraq, Iran e Turchia non sono più teatri separati.
Sono capitoli diversi della stessa partita strategica, una partita che continua a svolgersi lontano dai riflettori ma che contribuisce a ridisegnare gli equilibri di tutto il Medio Oriente.

