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Mondiali 2026, scontro tra Stati Uniti e Iran sui visti della nazionale

Teheran denuncia un trattamento discriminatorio dopo il rifiuto dei visti a dirigenti e funzionari della federazione. La FIFA viene chiamata in causa mentre la squadra è costretta a riorganizzare tutta la logistica del torneo

Rosa Davanzo

Tempo di Lettura: 4 min
Mondiali 2026, scontro tra Stati Uniti e Iran sui visti della nazionale

I Mondiali del 2026 devono ancora cominciare e già rischiano di trasformarsi in un nuovo terreno di scontro tra Stati Uniti e Iran. A pochi giorni dall’esordio della nazionale iraniana, una controversia sui visti ha provocato una dura protesta da parte di Teheran, che accusa Washington di aver adottato misure discriminatorie contro la squadra e il suo staff.

I giocatori iraniani sono riusciti a ottenere i permessi d’ingresso negli Stati Uniti, ma una parte importante della struttura dirigenziale e organizzativa della nazionale è ancora esclusa dal torneo. La vicenda ha spinto la Federazione calcistica della Repubblica islamica a minacciare un ricorso alla FIFA e ad accusare apertamente il governo americano di aver assunto una decisione politica mascherata da procedura amministrativa.

Secondo quanto riferito dal Daily Mail e da fonti iraniane, le autorità statunitensi avrebbero inoltre imposto condizioni particolarmente restrittive alla delegazione. I calciatori potrebbero entrare negli Stati Uniti soltanto in prossimità delle partite e dovrebbero lasciare il Paese entro ventiquattro ore dal termine degli incontri. Una misura che, se confermata, non avrebbe precedenti nella storia recente della Coppa del Mondo.

La preparazione della squadra è stata già fortemente condizionata da queste difficoltà. La nazionale guidata dal commissario tecnico Amir Ghalenoei ha svolto il ritiro pre-Mondiale ad Antalya, in Turchia, dove sono state completate le pratiche consolari attraverso l’ambasciata americana. Proprio per facilitare il processo, l’ambasciatore statunitense in Turchia, Tom Barrack, aveva pubblicato un messaggio conciliatorio sui social network, affermando che lo sport supera i confini politici e accogliendo favorevolmente l’arrivo di atleti e tifosi provenienti da tutto il mondo.

Dietro le dichiarazioni diplomatiche, però, continuano ad accumularsi tensioni. Secondo le informazioni diffuse dalla stampa iraniana, almeno dodici membri della delegazione non hanno ottenuto il visto. Tra questi figurerebbero il team manager della nazionale Mehdi Karati, il segretario generale della Federazione calcistica iraniana Hedayat Mombeini e il responsabile della comunicazione Mohsen Motamedkia. Le autorità americane sospetterebbero collegamenti diretti o passati con il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, i Pasdaran, che Washington considera un’organizzazione terroristica straniera.

La federazione iraniana ha reagito con una nota estremamente dura. Secondo Teheran, il rifiuto dei visti colpisce figure essenziali per il funzionamento della squadra e rappresenta un’ingerenza politica incompatibile con lo spirito della competizione sportiva. Per questo motivo è stato chiesto un intervento immediato della FIFA affinché garantisca alla delegazione iraniana la possibilità di operare in condizioni normali.

Anche l’ambasciata iraniana in Turchia è intervenuta pubblicamente, sostenendo che il trattamento riservato alla nazionale abbia raggiunto un livello senza precedenti e denunciando una discriminazione deliberata nei confronti della Repubblica islamica.
Dall’altra parte, fonti americane citate dall’Associated Press sostengono che il problema non riguardi il calcio ma le procedure di sicurezza. Oltre ai sospetti legati ai rapporti con i Pasdaran, alcuni richiedenti avrebbero attirato l’attenzione delle autorità consolari per presunte incongruenze nelle domande di visto.

Le conseguenze pratiche sono già evidenti. La federazione iraniana è stata costretta a modificare completamente il piano logistico predisposto per il torneo. Inizialmente era previsto un quartier generale stabile a Tucson, in Arizona. Le restrizioni hanno invece spinto la squadra a trasferire il proprio campo base a Tijuana, in Messico, da dove partiranno voli dedicati per raggiungere le sedi delle partite.

La scelta comporterà un aggravio organizzativo significativo. L’Iran disputerà infatti tutte le gare della fase a gironi negli Stati Uniti contro Nuova Zelanda, Belgio ed Egitto, moltiplicando spostamenti, controlli di frontiera e difficoltà operative.

La vicenda conferma ancora una volta quanto sia difficile separare sport e politica quando entrano in gioco Paesi che da quasi mezzo secolo non intrattengono relazioni diplomatiche normali. Il Mondiale organizzato da Stati Uniti, Canada e Messico avrebbe dovuto rappresentare una celebrazione globale del calcio. Per l’Iran, almeno finora, sta assumendo sempre più i contorni di una partita diplomatica giocata ben lontano dal terreno di gioco.