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Mille giorni. Per molta parte del mondo della cultura essere ebreo è una colpa imperdonabile

Dagli Usa all’Europa, artisti boicottati, rifiutati, dileggiati. Le élites culturali occidentali hanno dato il peggio

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Mille giorni. Per molta parte del mondo della cultura essere ebreo è una colpa imperdonabile

7 ottobre 2023: una strage efferata contro degli ebrei solo per essere tali dopo la quale nulla è stato più come prima. In quasi tre anni il mondo occidentale si è rapidamente convertito al più acceso antisemitismo rivolto a tutti gli ebrei, anche a quelli della diaspora. Quindi, non più solo Israele con il suo governo sul banco degli imputati per la reazione a quella mattanza, ma tutti gli ebrei e il diritto stesso di Israele di esistere e di difendersi negato.

A questo comune sentire che dagli Stati Uniti all’Europa ha unito le piazze e le maggiori università, il mondo della cultura si è immediatamente mobilitato adeguandosi. Star del cinema avvolte in bandiere palestinesi, festival preclusi a chiunque fosse anche un artista critico, ebreo, come le gare sportive, intellettuali che chiedevano l’espulsione di Israele da qualunque manifestazione pubblica: essere ebreo in quasi tre anni è diventato una colpa imperdonabile, come se la tragedia di Gaza, oltre che responsabilità di Israele, non avesse anche altri burattinai, alcuni rimasti nell’ombra, altri invece, come l’Iran, plaudenti per aver inferto un colpo mortale agli odiati nemici dei quali vogliono l’estinzione. Gli atti di antisemitismo si sono decuplicati, le sinagoghe sono state prese d’assalto, le scuole ebraiche sono circondate dalla polizia e pochissime sono state le voci che, pur condannando fermamente la politica del governo di Netanyahu, ostaggio di destre incivili e violente, hanno cercato di opporre alcune verità e una lettura meno superficiale.

I terroristi di Hamas sono diventati dei patrioti, i finanziatori dell’estremismo islamico sono diventati degli eroi e il mondo della cultura ha sposato, con rare eccezioni, queste tesi. Perché? È la domanda che viene spontanea. Forse per opportunismo? Forse per timore della reazione violenta che avrebbe seguito dichiarazioni meno squilibrate? Difficile rispondere, rimane la realtà: la cultura non produce confronto né ricerca e conoscenza. È più comodo parlare di pace senza considerare chi sono i suoi nemici.

Il premier israeliano, che in molti speriamo sia alla fine della sua esperienza politica dopo le prossime elezioni, non è certamente un uomo di pace, perché nutre la sua esistenza nella guerra e nell’aggressività, ma non è il solo e comunque è circondato da paesi che non riconoscono il diritto di Israele di esistere e che usano l’azione di organizzazioni terroristiche per distruggerlo.

Quando finalmente il quadro reale sarà condiviso anche dall’opinione pubblica, dai media e da quella parte della cultura che si professa in difesa delle libertà e della pace, si potrà seriamente sperare in un Medioriente meno lacerato e drammatico.

Un’ultima considerazione: il mondo della cultura ha dimostrato una straordinaria reticenza a condannare regimi totalitari come l’Iran e gran parte delle monarchie del Golfo, non considerando in questo modo che proprio da quei regimi nasce il germe dell’integralismo islamico che ha purtroppo contagiato una parte rilevante delle comunità musulmane, anche in Occidente. Disuguaglianze e miseria, mancanza di diritti portano facilmente all’estremismo e almeno su questo in molti paesi non si può dare la colpa a Israele! Se Hezbollah esiste e prospera è perché il governo libanese, corrotto e debole, non è mai stato capace di proporre un’alternativa e si è lasciato lentamente trascinare nelle mani dei terroristi finanziati dall’Iran e di fatto padroni del Libano. Chissà se qualche intellettuale o artista italiano ha mai fatto questa considerazione. Ne dubito.