Mille giorni. Per gli ebrei italiani non sono stati soltanto mille giorni trascorsi dal 7 ottobre. Sono stati mille giorni in cui qualcosa si è rotto. Si è rotto il senso di sicurezza con cui molti di noi vivevano la propria identità ebraica. Si è incrinata la convinzione che certi diritti, certi spazi di libertà, certi riconoscimenti fossero ormai acquisiti. Dal 7 ottobre conviviamo con un’angoscia costante: quella per le vittime brutalmente offese, i feriti, gli ostaggi per più di due anni nelle mani di Hamas, per le loro famiglie, per una ferita che sembra non trovare fine. Un’angoscia che troppo spesso non è stata ascoltata, ma ignorata, relativizzata o addirittura considerata irrilevante.
Nel frattempo, essere ebrei è diventato, improvvisamente, qualcosa da giustificare. La critica al governo israeliano si è trasformata troppo spesso in una messa sotto accusa degli ebrei, della loro identità, del loro legame con Israele, della loro stessa capacità di provare dolore. Si è respirato un clima che ricorda, per certi aspetti, l’affare Dreyfus: un clima in cui l’appartenenza diventa sospetto e la presunzione di colpevolezza precede ogni parola. Dall’Australia agli Stati Uniti, passando per l’Europa, l’antisemitismo è uscito dall’ombra. Sinagoghe, scuole e persone sono diventate bersagli di attentati, aggressioni e intimidazioni. Il nostro dolore raramente è stato riconosciuto con la stessa empatia riservata ad altri. Abbiamo visto restringersi gli spazi di partecipazione e di libertà: esclusioni esplicite da manifestazioni come l’8 marzo, il 25 aprile o i Pride, ma anche tante esclusioni silenziose, fatte di inviti che non arrivano, di amicizie che si raffreddano, di conversazioni che improvvisamente si interrompono.
Contemporaneamente sono stati sdoganati parole, immagini e stereotipi che fino a poco tempo fa sarebbero stati riconosciuti senza esitazione come antisemiti. Oggi vengono pronunciati con leggerezza, spesso ammantati del linguaggio dei diritti e della giustizia. È forse questa la novità più inquietante: un antisemitismo che si presenta come virtù civile.
Eppure, in questi mille giorni abbiamo incontrato anche persone che hanno scelto il coraggio invece del conformismo. Artisti e intellettuali, come Erri De Luca, che hanno rifiutato di usare parole che non corrispondono alla realtà. Voci che hanno preferito la verità alla pressione dell’ideologia dominante, quando questa diventa uno strumento di esclusione. Abbiamo visto le comunità religiose presenti in Italia stringere un patto fondato sull’ascolto e sul rispetto reciproco. E abbiamo visto parlamentari impegnarsi per una legge contro l’antisemitismo, nella consapevolezza che difendere gli ebrei significa difendere la democrazia e i diritti di tutti.
La sensazione di isolamento rimane forte. Ma proprio quei segnali dimostrano che un’altra strada è possibile. Perché la battaglia contro l’antisemitismo non riguarda soltanto gli ebrei: riguarda la tenuta della nostra società e la capacità dell’Italia di restare fedele ai valori di libertà, pluralismo e rispetto delle minoranze che costituiscono il fondamento della sua democrazia.
Livia Ottolenghi
presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane.

