Home > Mille giorni dopo > Mille giorni. Il prezzo pagato dalla popolazione palestinese

Mille giorni. Il prezzo pagato dalla popolazione palestinese

Tra distruzione, sfollamenti e una crisi umanitaria senza precedenti, la guerra seguita al massacro di Hamas ha trasformato la Striscia di Gaza. Hamas esce profondamente indebolito, ma continua a usare il proprio popolo come strumento della sua strategia, mentre la prospettiva di una pace resta più lontana che mai

Tempo di Lettura: 3 min
Mille giorni. Il prezzo pagato dalla popolazione palestinese

Mille giorni dopo il 7 ottobre, la Striscia di Gaza è ridotta a una distesa di macerie e di sofferenza. In questa piccola fetta di sabbia affacciata sul mare, lunga quaranta chilometri e larga dieci, dopo la furiosa campagna militare israeliana due milioni di persone lottano per la sopravvivenza in una situazione di grave insicurezza alimentare. Gli aiuti umanitari hanno ricominciato a raggiungere la popolazione dopo il fragile cessate il fuoco dell’anno scorso, ma le infrastrutture sono devastate, mancano elettricità, acqua potabile e servizi igienici. Gli ospedali e le scuole sono in gran parte distrutti o danneggiati. Sono decine di migliaia i morti, ventiduemila i terroristi, secondo l’Idf, e migliaia gli orfani. L’esercito israeliano controlla ormai quasi il settanta per cento del territorio e continua i raid contro i jihadisti, ma negli attacchi restano vittime anche molti civili.

Era un panorama spettrale quello che avevamo filmato per la Rai sorvolando la Striscia a bordo di un C-130 giordano nell’agosto 2025 ed entrando con l’Idf a Rafah nel settembre 2024: una città fantasma, un’interminabile distesa di ruderi. Nel quartiere di Tal al-Sultan avevamo girato le immagini di un asilo nido sventrato da un bombardamento israeliano: era rimasto in piedi solo un muro bianco sul quale erano dipinti i personaggi Disney. Sotto l’immagine di Topolino si apriva una voragine profonda venti metri, la bocca di un tunnel militare di Hamas dove sei ostaggi israeliani erano stati uccisi dopo undici mesi di torture. Civili palestinesi, soprattutto bambini, usati come scudi umani: il capo di Hamas definiva le vittime civili «sacrifici necessari». I morti civili avrebbero «infuso vita nelle vene di questa nazione, spingendola a risorgere verso la sua gloria e il suo onore», scriveva Yahya Sinwar al capo politico di Hamas, Ismail Haniyeh.

In Cisgiordania, dopo il 7 ottobre, la violenza dei coloni è aumentata, mentre il governo non fa nulla, o quasi, per fermarla. La popolazione araba che vive nei territori palestinesi o in Israele, però, nel complesso non ha aderito agli appelli alla rivolta lanciati da Hamas: teme il pugno di ferro israeliano, ma teme anche la dittatura spietata instaurata diciannove anni fa da Hamas nella Striscia di Gaza, con l’eliminazione fisica degli avversari di Fatah e la tortura e l’uccisione di migliaia di palestinesi sospettati di essere oppositori politici, collaboratori di Israele oppure omosessuali.

Dopo quasi tre anni di guerra, Hamas è fortemente indebolito ma non è sconfitto e continua a intensificare le uccisioni tra i membri dei clan rivali. I suoi settecento chilometri di tunnel militari, costruiti sotto ospedali, scuole e strutture dell’Onu, sono stati distrutti solo in parte. Hamas vuole conservare il potere anche a costo di provocare enormi sofferenze ai palestinesi, vittime dei raid israeliani ma, prima ancora, vittime di leader spietati che hanno scatenato una guerra che Israele non voleva, promettendo un futuro di gloria e trascinando invece il loro popolo nella rovina.

Un movimento terroristico che, con il 7 ottobre e d’intesa con Teheran, è riuscito a bloccare i colloqui di pace tra Arabia Saudita, Stati Uniti e Israele: un vero incubo per i jihadisti, terrorizzati dalla prospettiva della normalizzazione dei rapporti tra Israele e il mondo arabo. Nel nuovo Medio Oriente, mille giorni dopo l’attacco di Hamas, la prospettiva dei due Stati non è mai stata così lontana.



Giovan Battista Brunori

Responsabile Sede Rai Medio Oriente