Il 7 ottobre 2023, Hamas ha assassinato, violentato, bruciato, rapito. Il peggior massacro di ebrei dalla Shoah. Mille giorni dopo, non è soltanto il lutto per le vittime e l’angoscia per gli ostaggi a doverci stringere il cuore. È anche ciò che quel crimine ha risvegliato sul nostro stesso suolo. Perché in mille giorni l’Europa ha cambiato volto. Uno tsunami antisemita si è abbattuto. Sinagoghe profanate, scuole sotto protezione, studenti ebrei aggrediti, commercianti minacciati.
A Parigi, a Berlino, a Bruxelles, ad Amsterdam, a Roma, a Barcellona, a Londra, famiglie ebree si interrogano sottovoce, come i loro cari ottant’anni fa. Restare o partire? Che questo dubbio riaffiori nel cuore delle nostre democrazie è una vergogna e un allarme. La cosa più agghiacciante è la sua strumentalizzazione politica. Una certa sinistra radicale ha fatto il calcolo cinico di capitalizzare l’odio verso Israele e verso gli ebrei, sotto la copertura della bandiera palestinese, per accaparrarsi il voto dei musulmani e di una gioventù inebriata di slogan. Ma il male va oltre. In Italia e in Spagna, la socialdemocrazia cede alla comodità delle indignazioni selettive e sposa la stessa retorica. Si è forgiato un vocabolario apposta. Apartheid, colonizzazione, genocidio. Queste parole non descrivono più, servono a nazificare Israele, a fare dell’unica democrazia della regione il volto del male assoluto. Un’inversione oscena — ed efficace.
Diciamolo con chiarezza. Difendere l’esistenza di Israele non è un’opzione, è un principio. Un popolo ha il diritto di vivere e di difendersi. Negarlo a quel popolo, e a quello soltanto, ha un nome. Nel frattempo, le carte sono state ridistribuite in Medio Oriente. L’Iran e i suoi proxy — Hezbollah in prima fila — ne escono indeboliti. Il popolo iraniano, invece, è represso e merita qualcosa di meglio del nostro silenzio.
Ma una guerra deve avere degli obiettivi. Ed è qui che esplodono le incoerenze di Trump. A forza di colpi di scena senza strategia, ha rimesso in sella il regime dei Guardiani della rivoluzione. Un accordo firmato, sbandierato come un trionfo, che non risolve alcun problema, men che meno quello nucleare. Si è offerto al regime una tregua e una legittimità. È precisamente ciò che si doveva evitare.
Perché siamo in guerra, su due fronti. A Est, l’Ucraina, dove la Russia mette alla prova la nostra volontà. All’interno, l’islamismo e l’antisemitismo che erodono il patto democratico. Due volti di una stessa offensiva contro le democrazie. L’Europa deve pesare, finalmente. Stabilizzare il Libano. Appoggiarsi ai paesi del Golfo, allargare gli accordi di Abramo. Assumere una relazione forte con Israele senza rinunciare ad aiutare i palestinesi verso una soluzione credibile, liberata da Hamas. Non è tradire gli uni per servire gli altri, è servire la pace. Il 7 ottobre è stato un avvertimento. Mille giorni dopo, è tempo di smettere di distogliere lo sguardo.
Manuel Valls
ex primo ministro di Francia

