Nei mille giorni trascorsi dal 7 ottobre nella Chiesa è avvenuto un cambiamento sostanziale di leadership: a Papa Francesco è succeduto Leone XIV e la politica della Santa Sede, anche per quanto riguarda Israele, è cambiata. E questo è avvenuto anche se nulla è cambiato nella situazione locale e nella minoranza cristiana composta da palestinesi, e quindi in un certo senso sempre parte in causa nel conflitto.
Papa Francesco aveva lasciato trasparire una forte ostilità nei confronti degli israeliani, sottolineata in qualche modo anche dalle sue telefonate alla parrocchia cattolica di Gaza per avere notizie. Ha ricevuto con ritardo alcuni familiari degli ostaggi israeliani, insieme con alcuni palestinesi per non dare l’impressione di essere dalla parte degli israeliani, e nel corso di un’intervista ha addirittura detto degli israeliani che hanno «cattivo sangue».
Pur ribadendo la consueta politica della Santa Sede, che invoca la pace fra i belligeranti, non si è limitato solo a ribadire questa linea ma non ha esitato a condannare più volte le violenze israeliane a Gaza senza preoccuparsi di sanzionare allo stesso modo i palestinesi.
Questo atteggiamento ostile ha pesato molto sulle relazioni ufficiali fra Israele e la Santa Sede, che hanno conosciuto momenti di tensione soprattutto quando un missile israeliano ha parzialmente danneggiato la chiesa cattolica di Gaza. Più di una voce cattolica ha sostenuto che non sarebbe stato un errore, ma un attacco voluto per rispondere alle critiche di Bergoglio.
In questo periodo sono entrate in crisi anche le relazioni culturali ebraico-cristiane, aprendo un solco nel dialogo che si era instaurato dopo il concilio Vaticano II, così grave da essere stato segnalato con dolore anche da Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma.
L’elezione di Prevost ha cambiato subito lo scenario: dopo la cerimonia di inizio del pontificato, Leone XIV ha voluto salutare in udienza privata i due principali rappresentanti dell’ebraismo presenti, il rabbino capo di Roma e un importante esponente dell’ebraismo statunitense. Un segno di riconoscimento speciale, al quale sono seguite condanne della guerra che volevano essere veramente super partes.
Ma Leone, la cui preoccupazione primaria è quella di riunificare una Chiesa divisa al suo interno, si è trovato subito davanti alle critiche di quella parte della Chiesa che aveva seguito volentieri Francesco nella sua critica antiisraeliana.
Un esempio recente ci dà la misura di quanto quella parte si senta legittimata a sostenere posizioni aspramente critiche, intervenendo pubblicamente anche su questioni non religiose: Franco Moscone, vescovo di Manfredonia, ha dichiarato pubblicamente in più occasioni che lo scrittore israeliano Eshkol Nevo non doveva essere invitato a un festival letterario in quanto non aveva preso le giuste distanze dal governo israeliano, pur avendolo criticato in numerose circostanze.
Leone XIV quindi ha dovuto rinunciare a questo tentativo di mettersi veramente al di sopra delle parti, sicuramente consigliato anche dal cardinale Pierbattista Pizzaballa che, nella sua lettera ai fedeli di Gerusalemme in occasione della Pasqua, ha parlato di «abuso del nome di Dio» di entrambi i contendenti, contrapponendo loro l’armoniosa visione della comunità cristiana di Gerusalemme.

