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1000 giorni. La frattura della sinistra europea e il ritorno della questione ebraica

Il massacro di Hamas ha riaperto un conflitto che attraversa il Medio Oriente e le democrazie occidentali, mettendo in crisi l’universalismo progressista e riportando al centro antisemitismo, sionismo e identità ebraica

Pina Picierno

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1000 giorni. La frattura della sinistra europea e il ritorno della questione ebraica

Mille giorni dopo il 7 ottobre, la domanda più importante non riguarda soltanto ciò che è accaduto in Medio Oriente, ma ciò che è cambiato dentro le nostre democrazie. Il massacro perpetrato da Hamas non ha semplicemente inaugurato una nuova fase del conflitto israelo-palestinese, ma ha agito come uno spartiacque morale e politico che ha rimesso in discussione categorie, appartenenze e convinzioni sedimentate nel corso di decenni, mostrando quanto fragile fosse ormai diventato il rapporto tra una parte consistente della sinistra europea e l’idea stessa di Israele.

Quella frattura, del resto, non nasce il 7 ottobre. Le sue radici affondano nella lunga trasformazione della cultura politica della sinistra occidentale che, a partire dalla Guerra dei Sei Giorni del 1967 e, ancor più, dopo il conflitto libanese del 1982, ha progressivamente sostituito l’immagine di Israele come democrazia nata anche dalle ceneri della Shoah con quella di una potenza militare e coloniale, collocandola sempre più rigidamente nella categoria dell’oppressore. Da quel momento il conflitto mediorientale ha smesso, per una parte della sinistra, di essere una tragedia storica nella quale convivono due legittime aspirazioni nazionali ed è diventato il paradigma attraverso cui leggere ogni rapporto di forza tra dominanti e dominati, tra colonizzatori e colonizzati, fino a dissolvere la complessità della storia dentro una rappresentazione ideologica tanto rassicurante quanto riduttiva.

Eppure questa ricostruzione, divenuta quasi senso comune, rimuove un dato essenziale della storia del Novecento. Il sionismo non è stato soltanto un movimento nazionale: è stato anche una delle grandi esperienze del socialismo democratico europeo. I kibbutz, la Histadrut, il Mapai di David Ben Gurion, la costruzione di un’economia cooperativa e di un sistema di welfare avanzato costituivano, agli occhi della sinistra europea del dopoguerra, una delle più originali esperienze di emancipazione collettiva. Per decenni Israele fu percepito come il luogo nel quale si incontravano autodeterminazione nazionale, giustizia sociale e democrazia parlamentare. La progressiva rimozione di quella genealogia socialista rappresenta forse uno dei più significativi processi di amnesia politica dell’ultimo mezzo secolo, perché ha consentito di reinterpretare il sionismo esclusivamente come espressione del colonialismo occidentale, cancellandone il carattere di movimento di liberazione del popolo ebraico e la necessità storica che ne rese possibile la nascita dopo secoli di persecuzioni culminate nella Shoah.

Il 7 ottobre avrebbe potuto interrompere quella semplificazione, perché la violenza esercitata da Hamas contro civili inermi, il più grande massacro di ebrei dalla Shoah, imponeva di riconoscere che il terrorismo jihadista non rappresenta una forma estrema di resistenza, ma un progetto politico fondato sull’annientamento dell’altro. Invece, proprio mentre il mondo osservava gli effetti di quella barbarie, in una parte significativa della sinistra e dell’opinione pubblica occidentale si è prodotta una reazione opposta, attraverso la quale il massacro è stato rapidamente assorbito dentro una narrazione che lo ha relativizzato, contestualizzato o addirittura dissolto nella successiva risposta militare israeliana, fino a far scomparire, nel giro di poche settimane, le vittime del 7 ottobre dall’orizzonte morale del dibattito pubblico.

È in quel passaggio che il sostegno all’esistenza di Israele, e non al governo di Benjamin Netanyahu, è diventato un elemento di discriminazione politica e culturale. Difendere il diritto di Israele a esistere in sicurezza, continuare a sostenere la prospettiva dei due popoli e dei due Stati come unico orizzonte realistico di pace, affermare che il terrorismo di Hamas e le decisioni del governo israeliano appartengono a piani diversi e devono essere giudicati con criteri distinti, è diventato improvvisamente sufficiente per essere collocati fuori da una parte della comunità progressista. Nei partiti, nelle università, nel mondo della cultura, nell’associazionismo e nella società civile, il conflitto mediorientale si è trasformato nel terreno attraverso il quale ridefinire appartenenze, espellere dissensi e misurare la legittimità morale delle persone.

Questa torsione è stata aggravata dall’incapacità della sinistra europea di elaborare una proposta autonoma rispetto al linguaggio imposto dalle piazze più radicali, dove la causa palestinese, anziché essere difesa dentro un orizzonte di pace, autodeterminazione e convivenza, è stata progressivamente consegnata a una grammatica politica nella quale Israele non è più un interlocutore da criticare, ma una presenza da delegittimare. Invece di proporre una linea capace di tenere insieme il diritto dei palestinesi a uno Stato, la sicurezza di Israele, la liberazione degli ostaggi, la condanna del terrorismo di Hamas e la critica alle scelte del governo Netanyahu, una parte della sinistra ha finito per inseguire parole d’ordine elaborate altrove, consentendo che fossero le piazze più radicalizzate a definire il perimetro morale del dibattito.

In Francia questo processo è stato descritto, attraverso la categoria dell’islamo-gauchisme, con la quale una parte della riflessione politologica ha cercato di interpretare la convergenza tra una sinistra che ha progressivamente assunto il paradigma anticoloniale come propria grammatica interpretativa e segmenti dell’islam politico accomunati da una comune ostilità nei confronti dell’Occidente liberale e di Israele. Al di là delle dispute terminologiche, il fenomeno merita di essere osservato nella sua sostanza, perché segna il progressivo abbandono dell’universalismo socialista e repubblicano in favore di una politica delle appartenenze, nella quale l’identità della vittima tende a prevalere sul giudizio relativo ai comportamenti, ai principi e perfino ai diritti fondamentali.

Dentro questa trasformazione il multiculturalismo, nato come politica di tutela delle minoranze e di inclusione, ha finito talvolta per tradursi in una forma di indulgenza nei confronti dell’islam politico, quasi che il fatto di rappresentare comunità discriminate bastasse a rendere progressista qualsiasi soggetto che parlasse in loro nome. Si è così prodotta una convergenza paradossale tra culture politiche che, pur restando profondamente divergenti sul terreno dei diritti delle donne, della laicità, della libertà religiosa, dell’eguaglianza tra uomini e donne e dei diritti delle persone LGBT+, hanno trovato un punto di incontro nella comune lettura anticoloniale del conflitto mediorientale e nella progressiva demonizzazione del sionismo. Una convergenza che ha finito per indebolire la stessa cultura progressista, costringendola a sacrificare l’universalismo dei diritti in favore di una gerarchia identitaria delle vittime.

A questa crisi culturale si è aggiunto un elemento esterno che troppo spesso è stato ignorato. L’antisemitismo contemporaneo non è soltanto una patologia sociale né esclusivamente una degenerazione ideologica, ma è divenuto uno degli strumenti più efficaci della guerra cognitiva condotta dalla Russia contro le democrazie occidentali. Le ricerche dell’Istituto Gino Germani hanno mostrato come la propaganda del Cremlino abbia recuperato e aggiornato l’antica tradizione delle “misure attive” sovietiche, trasformando l’antisemitismo in un dispositivo narrativo capace di parlare simultaneamente all’estrema destra, alla sinistra antioccidentale, ai movimenti complottisti e ai circuiti dell’antisionismo radicale. L’obiettivo non è soltanto delegittimare Israele, ma alimentare la polarizzazione delle società europee, erodere la fiducia nelle istituzioni democratiche e costruire un immaginario nel quale ogni conflitto venga ricondotto alla responsabilità dell’Occidente liberale e, indirettamente, degli ebrei.

Il risultato più grave di questa trasformazione non è stato soltanto l’impoverimento del dibattito pubblico, ma la progressiva identificazione degli ebrei con le scelte del governo israeliano, come se ogni ebreo fosse chiamato a rispondere personalmente delle decisioni assunte a Gerusalemme. È un meccanismo antico, che muta il proprio linguaggio ma conserva intatta la propria struttura morale: all’ebreo non viene riconosciuta la condizione di individuo, bensì quella di rappresentante permanente di una responsabilità collettiva. Così, mentre nessuno pretende che un cittadino italiano risponda di ogni scelta del governo italiano o che un americano giustifichi ogni decisione della Casa Bianca, agli ebrei è stato chiesto di prendere continuamente le distanze, di dichiararsi innocenti, di dimostrare la propria estraneità, quasi che il loro diritto alla parola dipendesse da una preventiva confessione.

Per questo motivo la sensazione che molti ebrei italiani ed europei hanno vissuto in questi mille giorni è stata quella di un ritorno improvviso a una memoria che si credeva definitivamente archiviata. È riapparsa, sotto forme nuove, la richiesta di discolparsi per il semplice fatto di essere ebrei; è riemersa l’idea che l’identità ebraica comporti una responsabilità collettiva da espiare; è tornata, pur priva del suo linguaggio teologico, quella struttura culturale che per secoli aveva alimentato l’accusa di deicidio, imponendo agli ebrei di chiedere perdono non per ciò che avevano fatto, ma per ciò che erano. Oggi quella richiesta non passa più attraverso la religione, ma attraverso la politica, eppure conserva la medesima pretesa di fondo: subordinare il riconoscimento della dignità degli ebrei alla loro disponibilità a rinnegare una parte della propria identità.

Naturalmente tutto questo non assolve il governo israeliano dalle proprie responsabilità. La devastazione di Gaza, il numero intollerabile di vittime civili e le sofferenze inflitte alla popolazione palestinese impongono interrogativi morali e politici che nessuna democrazia può eludere, proprio perché il diritto internazionale vale anche quando è difficile applicarlo. Tuttavia, trasformare quella tragedia nella giustificazione di un nuovo paradigma ostile agli ebrei significa produrre un danno che andrà ben oltre questa guerra, perché finisce per confondere deliberatamente la critica, sempre legittima, a un governo democraticamente eletto con la delegittimazione dell’esistenza stessa dello Stato di Israele e, troppo spesso, di coloro che con quello Stato condividono un legame storico, culturale e identitario.

Le conseguenze di questa frattura non si esauriranno con un cessate il fuoco né con un futuro accordo politico. Rimarranno nella memoria degli ebrei italiani ed europei, che hanno visto incrinarsi rapporti di fiducia costruiti nel corso di generazioni; rimarranno nelle università e nei luoghi della cultura, dove l’identità ebraica è stata troppo spesso trasformata in un bersaglio simbolico; rimarranno soprattutto dentro una sinistra che, proprio nel momento in cui avrebbe dovuto riaffermare l’universalità dei diritti, ha spesso finito per renderli selettivi. Per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale, molti ebrei europei hanno avuto la percezione di dover dimostrare la propria innocenza per poter continuare ad appartenere agli stessi luoghi politici, culturali e civili ai quali avevano contribuito in modo decisivo. È questa, probabilmente, la più profonda eredità lasciata dai mille giorni successivi al 7 ottobre, perché non riguarda soltanto il Medio Oriente, ma la qualità morale delle democrazie europee e la capacità della sinistra di riconoscersi ancora nella propria tradizione universalista.