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1000 giorni. Le donne ebree dimenticate dalla vulgata femminista

A mille giorni dal 7 ottobre, gli stupri commessi da Hamas continuano a essere negati, minimizzati o rimossi. Una ferita che interroga il movimento femminista e le istituzioni internazionali

Paola Concia

Tempo di Lettura: 3 min
1000 giorni. Le donne ebree dimenticate dal femminismo

Sono passati mille giorni da quel maledetto 7 ottobre 2023, quando Hamas compì all’alba un attentato terroristico contro giovani, donne, uomini e bambini ebrei inermi. Un pogrom, come nella peggiore tradizione antiebraica. Tra tutte le atrocità commesse quel giorno, vorrei soffermarmi su una che rappresenta bene la volontà sterminatrice, carica di un odio incontenibile, manifestata dai miliziani di Hamas: gli stupri contro le donne. E voglio anche porre all’attenzione di chi legge un elemento che racconta una tragedia nella tragedia: l’indifferenza, la rimozione e la negazione di questi stupri da parte di una parte consistente dell’Occidente e, in particolare, di sedicenti femministe, quelle coccolate dalla sinistra progressista.

Ci sono testimonianze delle vittime e di chi era presente, referti medici sui cadaveri delle donne, analisi approfondite che testimoniano con quanta atrocità, lucidità e volontà di sterminio Hamas abbia freddamente programmato gli stupri sulle donne ebree. Nella vulgata femminista c’è una frase che ricorre per dire che, se tu hai subito violenza, bisogna crederti sempre: «Sorella, io ti credo». Bene, questa affermazione oggi vale per tutte le donne del mondo, meno che per le donne ebree. Le violenze del 7 ottobre sulle donne ebree non vengono credute ancora oggi.

Hanno cominciato le sedicenti femministe in Italia, e non solo, quando in una manifestazione cacciarono letteralmente una donna ebrea che chiedeva di manifestare anche contro gli stupri del 7 ottobre. In tutte le manifestazioni femministe gli stupri sono stati negati al grido: «Ci vogliono le prove!». Della serie: «Sorella ebrea, a te non credo!». La cosa più grave l’ha commessa l’ONU.

La relazione dell’ONU sugli stupri del 7 ottobre è piena di omissioni, di negazioni, di distinguo. È noto a tutti l’atteggiamento culturalmente ostile della maggior parte dei suoi rapporteur verso Israele e verso gli ebrei. Enrico Cerchione lo racconta bene su Il Riformista: «Durante la 62ª sessione del Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU, il 23 giugno scorso, di fronte a una donna, Ilana Gritzewsky, una donna reale, in carne e ossa, che le dice: “Sono la prova vivente di quello che lei nega”, che le chiede di guardarla negli occhi mentre racconta di essere stata stuprata, picchiata e tenuta in ostaggio, Reem Alsalem tiene lo sguardo basso, le cuffie ben piantate sulle orecchie. Non è sorpresa, né turbata e nemmeno imbarazzata. È solo professionalmente assente. Mantiene la stessa freddezza burocratica di chi, a Gerusalemme nel 1961, continuava a ripetere che erano “ordini”. La differenza è che Eichmann era un criminale. Alsalem è solo una funzionaria internazionale che ha scelto, con piena consapevolezza ideologica, di applicare il suo rigore da burocrate solo in una direzione».

Quando si tratta di donne palestinesi, le comunicazioni ufficiali partono. Quando si tratta di donne israeliane stuprate e torturate il 7 ottobre, arrivano le cautele, le richieste di «verifica indipendente». Perché accade tutto questo? Perché l’odio antiebraico e l’antisemitismo sono più forti, sono una priorità rispetto alla difesa dei diritti delle donne. Questo, per me e per le tante femministe universaliste, è inaccettabile.

Non bisogna avere paura di denunciare tutto questo, non bisogna avere paura della gogna e dell’odio che scatena. Per me la difesa dei diritti delle donne palestinesi, ebree e di tutte le donne del mondo è sullo stesso piano. Perché questo mi ha insegnato la civiltà occidentale, culla dei diritti civili, e non l’ho dimenticato.