Giornalista e scrittore tra i più competenti del panorama italiano negli affari internazionali, Maurizio Molinari ha seguito sul campo alcuni dei principali conflitti degli ultimi decenni, è stato corrispondente della Stampa da Gerusalemme e da Ramallah, è autore di numerosi libri dedicati alla geopolitica, al terrorismo e alle trasformazioni del Medio Oriente, l’ultimo dei quali La scossa globale. L’effetto-Trump e l’età dell’incertezza (Milano, Rizzoli, 2025).
Le questioni israeliane occupano da sempre un posto centrale nel suo lavoro. Ha studiato e vissuto in Israele, ne conosce la società, la politica, il sistema di sicurezza e l’evoluzione del sionismo contemporaneo. E ne sa distinguerne anche i disturbi, i problemi, le contraddizioni. Ma lo fa con occhio trasparente, non abbacinato da tesi precostituite, non viziato da simpatie o avversioni. Da anni osserva il rapporto fra Israele, il mondo arabo, l’Iran e le democrazie occidentali con uno sguardo che unisce esperienza diretta, conoscenza storica e analisi strategica.
A mille giorni dal 7 ottobre, gli abbiamo chiesto quale sia il significato profondo di questo conflitto, come abbia cambiato Israele, il Medio Oriente e l’Occidente, e perché, a suo giudizio, la vera novità di questi anni sia la resilienza mostrata dallo Stato ebraico e dal popolo ebraico di fronte alla più vasta offensiva antisemita del dopoguerra.
Setteottobre – Cosa distingue l’attacco del 7 ottobre 2023?
Maurizio Molinari – “Il 7 ottobre 2023 è stato lanciato il più feroce, sanguinoso, attacco contro lo Stato ebraico dalla sua fondazione nel 1948. E, contemporaneamente, nel mondo intero ciò ha coinciso con l’inizio di una campagna globale di delegittimazione dell’esistenza di Israele, diffondendo bugie ed odio con l’intento di aggredire ovunque gli ebrei facendo leva su antisemitismo ed antisionismo. Si è trattato dunque del maggiore attacco, militare contro Israele e antisemita contro la diaspora, subito dagli ebrei dopo il 1945. Come conferma il fatto che nessun ebreo nel mondo ne è stato indenne: da Nir Oz a Buenos Aires, da Katmandu a Roma, non c’è stato un singolo ebreo al mondo che non ha dovuto far fronte, in una maniera o nell’altra, all’onda di odio innescata dal 7 ottobre”.
Setteottobre – Quanto lei dice descrive il 7 ottobre come un pogrom globale, quale è stato il suo impatto?
M. Molinari – “Israele e gli ebrei hanno subito un forte impatto, hanno avuto conseguenze gravi sotto ogni punto di vista, dall’alto numero di vittime in Israele alle aggressioni fisiche e gli attentati in più località della Diaspora. Fino alla valanga di odio sui social network, alimentata dalle bugie. Ma ne sono usciti più forti, dimostrando una resilienza che ha sorpreso i loro nemici e, credo, in parte anche loro stessi”.
Settottobre – Sotto quale punto di vista ne sono usciti più forti?
M. Molinari – “Israele come Stato è riuscito a respingere e sconfiggere l’invasione terrestre subita da Hamas, a liberare i 255 ostaggi vivi e morti che Hamas aveva rapito e portato a Gaza, a assestare duri colpi militari a Hamas ed anche ad Hezbollah in Libano, eliminando le rispettive leadership, ed anche a colpire in maniera significativa le milizie Houthi in Yemen con il risultato di far venire meno quel “cerchio di fuoco” di gruppi terroristici che l’Iran aveva creato lungo i suoi confini al fine di strangolarlo lentamente. Anche perché il collasso del regime siriano di Bashar Assad ha privato l’Iran del suo maggiore alleato regionale. Basterebbe questo a descrivere il cambiamento strategico a favore di Israele in Medio Oriente ma in realtà è avvenuto molto di più perché i due conflitti aerei Israele-Iran, nel giugno 2025 e nel febbraio-aprile 2026, hanno portato a paralizzare il programma nucleare di Teheran come ad indebolire di molto il suo arsenale balistico, le difese antiaeree, la Marina militare, l’industria bellica ed anche la sua stessa leadership, grazie all’eliminazione della Guida Suprema Ali Khamenei e di numerosi dei suoi più stretti collaboratori. Ovvero, se l’attacco del 7 ottobre puntava a far scattare il “cerchio di fuoco” contro Israele l’impatto è stato opposto perché l’Iran ed i suoi alleati regionali non sono mai stati così deboli militarmente come oggi”.
Setteottobre – Non crede però che il conflitto nel Golfo, il negoziato Usa-Iran e le clausole del cessate il fuoco accettate da Trump costituiscano in realtà un successo per gli ayatollah?
M. Molinari – “E’ vero che il testo del memorandum premia visibilmente le istanze di Teheran ma si tratta solo di una tregua, ed anche molto vulnerabile, che svela il grande bisogno di denaro da parte degli ayatollah per tentare di tenere in sella un regime che si basa sulla fedeltà dei Guardiani della rivoluzione, le cui forze militari ed economiche non sono mai state così deboli dalla rivoluzione del 1979”.
Setteottobre- Insomma, sta dicendo che sul piano strategico Israele si è rafforzato….
M. Molinari -“Esatto. Vi sono tre elementi che descrivono tale rafforzamento: l’indebolimento strategico dell’Iran; la creazione da parte di Israele di fasce di sicurezza lungo i confini con Gaza, Siria e Libano; la superiorità degli armamenti hi-tech israeliani nella difesa antiaerea e missilistica, praticamente senza rivali al mondo come le commesse in arrivo da Germania ed altri Paesi dimostrano. Ciò non significa che Israele sia al sicuro, né tanto meno che i suoi nemici siano stati sconfitti ma l’equilibrio di forze in Medio Oriente è cambiato, a sfavore di Teheran. La guerra che Hamas ha voluto, scatenato, per travolgere Israele ha travolto in realtà il disegno egemonico degli ayatollah”.
Setteottobre – E perché afferma che anche gli ebrei nella Diaspora hanno resistito se ci troviamo davanti alla più grande ed estesa campagna di intolleranza antiebraica dal 1945?
M. Molinari – “Per il semplice fatto che tale imponente, aggressiva, globale campagna antiebraica non è riuscita nel suo intento ovvero separare gli ebrei da Israele, spingerli a denunciare, condannare, delegittimare il sionismo. E’ la prima volta nella storia che una imponente offensiva antiebraica non dà i risultati auspicati: da duemila anni a questa parte l’effetto c’era sempre stato con espulsioni, ghetti, discriminazioni, conversioni, abiure, uccisioni di massa. Gli ebrei sono sempre stati obbligati ad arretrare, abbassare il capo, fino alla morte. In questo caso invece il popolo ebraico, nelle forme e modalità più diverse, da comunità in comunità, da Paese a Paese, ha resistito, reagito e in ultima istanza respinto l’aggressione subita. Rifiutando l’abiura antisionista che gli era stata richiesta. Riaffermando il diritto alla propria identità che include il legame con Israele ed il sionismo, pur nelle molteplici e legittime differenze politiche che distinguono gli ebrei. Tale resilienza del popolo ebraico è senza precedenti. Ha sorpreso i suoi nemici e, credo, anche molti ebrei”.
Setteottobre – Da dove nasce tale resilienza?
M. Molinari – Per il fatto stesso di esistere, lo Stato diminuisce la capacità di ricattare, minacciare, impaurire, aggredire gli ebrei. Non per la forza militare di Israele ma per il suo valore morale. Il fatto di sapere di avere uno Stato rende gli ebrei, dentro di sé, più forti, resilienti, capaci di guardare ad ogni sfida e pericolo con maggiore sicurezza. Li rende meno ricattabili. In ultima istanza è la dimostrazione che avevano ragione i padri del movimento sionista a, da Teodoro Herzl a David Ben Gurion e Zeev Jabotinsky, a ritenere che la rinascita nazionale avrebbe trasformato il popolo ebraico, ridandogli ciò che la Diaspora gli aveva tolto: la dignità”.
Setteottobre – Resta il fatto che Israele oggi appare politicamente isolato, bersagliato da un’offensiva di delegittimazione internazionale che vede gli ebrei discriminati, isolati. Non è questa forse una situazione di oggettiva debolezza?
M. Molinari – “Assolutamente sì ma è la conseguenza della resilienza di Israele e degli ebrei. L’offensiva del 7 ottobre ha fallito e di fronte alla situazione senza precedenti di un popolo ebraico che non arretra, chi lo attacca rilancia e diventa sempre più aggressivo. Questo ci dice che l’ondata di intolleranza crescerà ancora. Ci troviamo di fronte ad un evento non solo strategico ma culturale destinato ad avere conseguenze profonde: per la prima volta l’antisemitismo non è riuscito a intimorire gli ebrei”.
Setteottobre – Eppure c’è chi parla di suicidio di Israele…
M. Molinari – “La resilienza di Israele si deve anche a quanto avvenuto dentro la sinistra ebraica, tanto dentro lo Stato che in Diaspora, che pur esprimendo posizioni aspramente critiche nei confronti di alcune politiche del governo di Gerusalemme ha fatto fronte comune contro l’offensiva subita. Sotto questo punto di vista c’è una differenza importante rispetto al 1982, quando le proteste della sinistra ebraica contro la guerra in Libano causarono fratture profonde. Dunque il tema di questo conflitto di mille giorni non è il suicidio ma l’esatto opposto ovvero la resilienza di Israele e, più in generale, del popolo ebraico”.
Setteottobre – Ciò significa che Israele va incontro a dei cambiamenti?
M. Molinari – “Credo di sì. Ogni conflitto lungo e traumatico cambia la società che lo subisce. Avverrà anche in Israele. E’ difficile ora dire in quale direzione ciò avverrà ma vi sono già degli elementi visibili: l’energia della nuova generazione che ha combattuto dopo il 7 ottobra e fa più figli, la maggiore integrazione fra laici e religiosi, lo slancio verso i Paesi arabi e, più in generale, asiatici che guardano ad Israele con pragmatismo, l’accelerazione della rivoluzione digitale. In attesa di sapere cosa avverrà, vale ricordare la frase che Lloyde George disse a Haim Weitzman al tempo della Dichiarazione Balfour: “Siete stati oppressi e perseguitati, questo vi rende forti, siete stati fusi in solido acciaio ed è per questo che mai siete stati spezzati””.
Setteottobre – Che cosa significa tutto questo per lo Stato ebraico?
M. Molinari – “Essere entrato in una fase diversa della sua storia millenaria. Come avvenne dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme, dopo la cacciata della Spagna e dopo la Shoà anche la tragedia del 7 ottobre innesca una rinascita che parte dalla capacità di sopravvivere alla peggiore incarnazione del male”.
Setteottobre – Per decenni si è pensato che Israele dipendesse dal consenso dell’Occidente per sopravvivere. Questi mille giorni hanno dimostrato invece che Israele è capace di difendere i propri interessi anche senza la benevolenza, il consenso, e talvolta contro il consenso, dei suoi tradizionali alleati…
M. Molinari – “Lo storico Dan Segre affermava che il popolo ebraico non ha alleati permanenti. Solo dalla nascita del movimento sionista in poi si sono alternati in questo ruolo Germania, Gran Bretagna, Urss, Francia e Stati Uniti. Ora Israele guarda verso Oriente: i suoi partner privilegiati sono gli Emirati, l’India, la Thailandia, il Giappone. E quando gli israeliani parlano di Medio Oriente usano sempre più spesso l’espressione Asia Occidentale. L’Europa resta la terra delle radici come l’America l’alleato vitale ma, per il resto, tutto cambia. E riguardo all’alleato privilegiato vale la pena di ricordare che Ben Gurion immaginò un’Israele neutrale fra i blocchi di Est ed Ovest perché, questa era la sua tesi, la nazione ebraica che ha ricevuto le Tavole della Legge nel Sinai non può che essere neutrale”.
Setteottobre – Se questi mille giorni hanno rivelato il volto autentico di Israele, hanno rivelato anche quello dell’Occidente. Che cosa abbiamo scoperto delle nostre democrazie, delle università, dei media e della capacità dell’Europa di riconoscere il confine fra una democrazia sotto attacco e chi pratica il terrorismo?
M. Molinari – “L’Occidente ha scoperto la resilienza di Israele e del popolo ebraico. E’ un evento spartiacque, culturale prima che politico, perché dimostra che l’antisemitismo, anche il più violento ed aggressivo, non paga. L’antisemitismo resta nel dna dell’Occidente ma la sua feroce efficacia non è più quella di una volta grazie all’esistenza di Israele”.

