Qual era l’assetto del Medio Oriente il giorno prima del 7 ottobre 2023? Un nuovo progetto presentato il 9 settembre dello stesso anno, nel G20 di Nuova Delhi (il cosiddetto corridoio economico India-Medio Oriente-Mediterraneo, anche chiamato Imec), stava modificando tutto lo scenario di questa strategica area del pianeta perché offriva una base economica tale da permettere di allargare gli Accordi di Abramo, definiti nel 2020 da Israele con Emirati Arabi Uniti e Bahrein (e in seguito anche con Marocco e Sudan), anche alla decisiva Arabia Saudita e all’altrettanto fondamentale Egitto.
Naturalmente questa prospettiva era aspramente contrastata dallo schieramento fondamentalista filo-iraniano costruito, innanzi tutto grazie agli errori strategici di diverse amministrazioni americane successive al 2000, in Siria, Libano, Iraq e Yemen. Ma la prospettiva di cui si è detto era duramente osteggiata anche dall’asse turco-qatarino, impegnato a mantenere buoni rapporti con gli Stati Uniti, a contrastare formazioni jihadiste come al-Qaeda e poi l’ISIS, ma deciso pure a contenere l’influenza di Israele (con le sue iniziative nel Mediterraneo, nell’Asia centrale e nell’Indo-Pacifico) anche grazie a rapporti organici con i Fratelli Musulmani e con la loro emanazione Hamas, che peraltro fino all’autunno del 2023 aveva trovato una qualche forma di compromesso con lo Stato ebraico in funzione di contenimento non solo dell’Iran ma anche di una Riyad che non si decideva a firmare gli Accordi di Abramo e aveva, grazie alla mediazione di Pechino, ripreso i rapporti diplomatici con Teheran nel marzo del 2023.
E, in questo senso, naturalmente, nella stagione autunnale di cui si scrive furono fondamentali l’orientamento e le influenze mediorientali di una Cina che considerava un’alleanza organica tra Occidente, Medio Oriente e India un gravissimo pericolo per le proprie strategie di egemonia globale.Questo è il contesto nel quale si è organizzata la feroce aggressione del 7 ottobre di Hamas contro lo Stato di Israele.Dopo mille giorni da quei tragici avvenimenti, quali sono i tratti fondamentali dei nuovi equilibri mediorientali?
L’azione militare di Israele contro Hamas, Hezbollah, gli Houthi e soprattutto direttamente contro l’Iran ha inferto un colpo devastante al jihadismo ispirato dal khomeinismo (il vero cuore, come ha ricordato lo stesso Mohammed bin Salman, dell’eversione fondamentalista globale che scuote il mondo dal 1979). Grazie all’iniziativa israeliana è crollato il regime assadiano in Siria, il Libano sta recuperando la sua sovranità, a Baghdad si stanno modificando i rapporti di dipendenza dai pasdaran, milioni di cittadini sono scesi in piazza nella loro patria contro il regime degli ayatollah e le forze jihadiste nello Yemen sono sulla difensiva.
È importante notare come l’offensiva dello Stato ebraico contro il terrorismo jihadista non abbia determinato una reazione proporzionata a quelle del passato da parte di quella che è stata definita l'”Arab street” in nessuna delle principali nazioni islamiche dell’area: né in Egitto né in Giordania, né in Cisgiordania, dove Abu Mazen ha definito quelli di Hamas «figli di cani». Le deliranti accuse di «genocidio» rivolte al governo Netanyahu contano più sull’odio antioccidentale di larghi settori delle disgregate nuove generazioni europee e americane e su un certo ecumenismo religioso mal elaborato e allo sbando, spesso coordinato con Pechino, che su masse islamiche le quali sanno bene che cosa siano i genocidi, ancora oggi, di curdi, yazidi e drusi (e, storicamente, di armeni ed ebrei) in Medio Oriente, per aderire alla propaganda antisraeliana.Pur registrando questi fattori positivi, la situazione dell’area di cui si scrive non è però ancora veramente stabilizzata.
Nonostante i colpi inferti al regime khomeinista, Teheran continua a mantenere un potere di ricatto sull’economia mondiale che, al di là dei limiti che le vengono posti da una Pechino che non vuole crisi globali, le lascia qualche spazio di azione. Riyad, di fronte a una certa deriva dell’opinione pubblica occidentale e a certe incapacità politiche americane e israeliane, ha stretto i suoi rapporti con Ankara e Islamabad e ha mantenuto un attivo dialogo con Pechino. La Turchia controlla una parte rilevante della Libia e della Siria, ha recuperato un rapporto stretto con il Cairo e usa la propaganda antisraeliana per estendere il proprio ruolo di aspirante lord protettore della Penisola Arabica, anche se poi le tante minoranze mediorientali soggette a reali genocidi sistematici guardano sempre più, a cominciare da giordani e libanesi, allo Stato ebraico come al vero garante della loro libertà. Intanto l’India, che poteva essere il fattore decisivo di un nuovo e moderno Medio Oriente, di fronte alle carenze politiche di Washington e Gerusalemme non solo si rassicura con Mosca, ma mantiene anche un canale aperto con Teheran.
Insomma, ci sono diverse chance per sperare nel futuro. Ma preoccupa la nuova difficoltà degli occidentali, non solo europei e americani ma anche, in qualche modo, israeliani, di fare politica in una regione complessa e tutt’altro che priva di complicazioni.

