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Mille giorni. Gli Usa scoprono il nuovo antisemitismo

L’attacco di Hamas ha trasformato anche gli Stati Uniti: università, politica e società si confrontano con un odio antiebraico che cambia linguaggio ma conserva la stessa natura

Andrea Molle

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Mille giorni - Gli Usa scoprono il nuovo antisemitismo

Mille giorni rappresentano una distanza temporale sufficiente per distinguere l’emozione dall’analisi. Se nelle settimane successive al 7 ottobre 2023 l’attenzione mondiale era concentrata sull’orrore dell’attacco di Hamas e sulla risposta militare israeliana, oggi è possibile osservare anche le trasformazioni più profonde che quell’evento ha prodotto al di fuori del Medio Oriente. Nessun Paese occidentale è stato investito da queste conseguenze quanto gli Stati Uniti, dove il 7 ottobre ha agito come un potente acceleratore di tensioni già presenti nella società americana, riportando al centro questioni che molti ritenevano ormai appartenenti al passato.

La prima e più evidente riguarda il ritorno dell’antisemitismo. Gli Stati Uniti hanno sempre conosciuto episodi di odio antiebraico, ma per decenni essi erano rimasti confinati prevalentemente ai margini della vita politica e sociale. L’America del dopoguerra aveva costruito una delle comunità ebraiche più integrate e influenti del mondo, capace di partecipare pienamente alla vita economica, culturale e politica del Paese. L’attacco del 7 ottobre ha però infranto questa percezione di sicurezza. Nei mesi successivi, gli episodi antisemiti sono aumentati in misura senza precedenti.

Secondo l’Anti-Defamation League (ADL), nel 2024 sono stati registrati 9.354 episodi antisemiti negli Stati Uniti, il numero più alto mai rilevato dall’organizzazione e il quarto record annuale consecutivo. Anche l’FBI, nei più recenti rapporti sui crimini d’odio, continua a indicare gli ebrei come il gruppo religioso maggiormente colpito negli Stati Uniti. Sinagoghe, scuole e centri comunitari hanno rafforzato le misure di sicurezza; studenti e docenti ebrei hanno denunciato intimidazioni, esclusioni e minacce. Il cambiamento più profondo, tuttavia, è stato culturale: l’antisemitismo è tornato ad affacciarsi nel dibattito pubblico non più soltanto attraverso slogan estremisti, ma anche sotto forme più sofisticate e socialmente accettabili.

Il luogo simbolo di questa trasformazione è stato il sistema universitario americano. Campus storicamente considerati laboratori del pluralismo e della libertà accademica sono diventati teatro di proteste, occupazioni e manifestazioni che hanno rapidamente superato la critica alle scelte del governo israeliano per trasformarsi, in molti casi, in una contestazione della stessa legittimità dello Stato di Israele e, talvolta, della presenza degli studenti ebrei. Slogan come “From the river to the sea” sono stati percepiti da larga parte della comunità ebraica come la negazione del diritto all’esistenza di Israele. In diversi campus si sono registrati episodi di isolamento di studenti ebrei, interruzioni di lezioni, blocchi di conferenze e intimidazioni che hanno alimentato un clima di crescente insicurezza.

Le audizioni del 5 dicembre 2023 davanti alla House Committee on Education and the Workforce, durante le quali furono ascoltati i presidenti di Harvard, della University of Pennsylvania e del MIT, rappresentarono uno dei momenti più significativi di questa crisi. Le difficoltà nel rispondere alla domanda se invocare il genocidio degli ebrei violasse i codici di condotta universitari provocarono un’ondata di indignazione nazionale. Nel giro di poche settimane la presidente della University of Pennsylvania, Liz Magill, si dimise il 9 dicembre 2023, seguita dalla presidente di Harvard, Claudine Gay, il 2 gennaio 2024. Al di là delle responsabilità individuali, quell’episodio evidenziò una crisi più ampia: una parte del mondo accademico sembrava aver perso la capacità di distinguere tra libertà di espressione, critica politica e incitamento all’odio.

Sarebbe tuttavia un errore interpretare questo fenomeno come l’emersione di un unico antisemitismo. Negli Stati Uniti convivono infatti almeno due tradizioni profondamente diverse. La prima è quella storica dell’estrema destra. Essa affonda le proprie radici nel suprematismo bianco, nelle teorie della sostituzione etnica, nel negazionismo della Shoah e nelle tradizionali teorie del complotto che descrivono gli ebrei come una presunta élite finanziaria e culturale responsabile della decadenza dell’Occidente. Questo antisemitismo non è mai scomparso del tutto e continua a manifestarsi attraverso gruppi neonazisti, organizzazioni suprematiste e ambienti cospirazionisti. Rimane tuttavia largamente marginale rispetto alle principali istituzioni politiche americane e viene generalmente condannato dall’intero spettro politico.

Molto diversa è invece la forma di antisemitismo emersa con maggiore forza dopo il 7 ottobre in alcuni settori della sinistra radicale e dei movimenti identitari. Qui non si parla di inferiorità razziale né di cospirazioni finanziarie. Al contrario, gli ebrei vengono spesso collocati nella categoria dei “privilegiati”, mentre Israele diventa l’emblema universale del colonialismo, del suprematismo e dell’oppressione occidentale. All’interno di questa visione, la complessità storica del sionismo viene progressivamente sostituita da una lettura binaria del conflitto, nella quale esistono esclusivamente oppressori e oppressi. È un paradigma che tende a cancellare la storia del popolo ebraico come minoranza perseguitata e che, in alcuni casi, finisce per negare agli ebrei quel diritto all’autodeterminazione riconosciuto agli altri popoli.

Non a caso, la definizione operativa di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), oggi adottata da decine di Paesi e da centinaia di istituzioni accademiche, include tra gli esempi di possibile antisemitismo anche la negazione del diritto del popolo ebraico all’autodeterminazione o l’applicazione a Israele di standard non richiesti a nessun altro Stato democratico.

Il 7 ottobre ha cambiato il Medio Oriente, ma ha anche trasformato profondamente l’America. Ha costretto la più grande democrazia occidentale a interrogarsi sul significato della libertà di espressione, sui limiti della protesta politica, sulla tutela delle minoranze e sulla capacità delle proprie istituzioni di riconoscere l’antisemitismo anche quando esso si presenta con linguaggi nuovi e categorie ideologiche diverse da quelle del passato. È probabilmente questa l’eredità più duratura di quei mille giorni: la consapevolezza che l’odio contro gli ebrei non appartiene alla storia, ma continua ad adattarsi ai mutamenti della politica e della società, assumendo ogni volta forme nuove senza perdere la propria natura.