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Mille giorni di menzogne. Così l’informazione ha tradito la verità sul 7 ottobre

Dalla propaganda di Hamas rilanciata senza verifiche alle immagini false, fino alla demonizzazione sistematica di Israele: un atto d’accusa contro il giornalismo italiano e la sua crisi di credibilità

Nicoletta Tiliacos

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Mille giorni di menzogne. Così l'informazione ha tradito la verità sul 7 ottobre

Mille giorni di omissioni, di distorsioni, di cronache tendenziose. Mille giorni di diffamazione sistematica di Israele. Mille giorni di cecità voluta e di bugie o, nel migliore dei casi, di mezze verità, di immagini false o parziali, diventate terreno di coltura per la nuova “accusa del sangue”, quella che chiama genocidio la guerra di Israele per difendersi e sopravvivere alla volontà davvero genocida dei suoi nemici.

Il giudizio su quello che l’informazione italiana ha in larghissima parte prodotto dopo la strage del 7 ottobre su tv, radio, siti di informazione e giornali, per raccontarla e raccontare le vicende che ne sono seguite fino a oggi, non può che essere severo, per non dire disastroso, a parte le eccezioni che conosciamo tutti, e che riguardano poche testate e pochi singoli e coraggiosi giornalisti. In questo, bisogna riconoscere che l’Italia ha dato il peggio, perfino rispetto a paesi di certo non amichevoli con Israele, come la Francia e la Gran Bretagna, dove tuttavia un minimo di contraddittorio serio, per esempio nei dibattiti televisivi, non è mai mancato.

Che cosa altro si può dire di un mondo dell’informazione che fin dal primo momento, nella sua quasi totalità, ha riportato senza discutere o farsi venire qualche dubbio le cifre del ministero della Salute di Gaza, cioè l’organo di propaganda dell’organizzazione terroristica che ha organizzato e condotto il massacro? Come giudicare altrimenti chi ha avvalorato su autorevoli testate l’idea che a Gaza siano morti solo donne, vecchi e bambini e manco un miliziano, pur nelle cifre sparate a caso, e non a caso, sempre da Hamas? Come considerare chi ha rilanciato quotidianamente la tesi che la carestia e la fame a Gaza fossero parte della strategia di Israele per sterminare il popolo palestinese con intento genocidario, ignorando volutamente e censurando il fatto che era Hamas a sequestrare le derrate che entravano quotidianamente nella Striscia per farne strumento di potere e di ricatto verso la stessa popolazione palestinese? E vogliamo parlare di quelle testate nazionali, sempre autorevolissime, che per avvalorare la tesi della carestia dolosa hanno pubblicato marchiani falsi fotografici oppure foto relative ad altri conflitti, evitando poi accuratamente di rettificare anche nei casi più eclatanti, come quello del bambino malato di distrofia spacciato per morente di fame? E infine, sempre a proposito di informazione, come definire chi ha condannato con il cipiglio indignato dell’appartenente alla categoria l’uccisione di “giornalisti” da parte di Israele, anche quando quei sedicenti giornalisti imbracciavano armi e magari avevano rivendicato apertamente, con filmati e dichiarazioni, la loro appartenenza alle organizzazioni jihadiste?

Un trito e ormai inascoltabile luogo comune dice che la verità nelle guerre è sempre la prima vittima. Ma mai, come nei mille giorni che ci separano dal 7 ottobre 2023, si è celebrata senza vergogna la violazione delle più elementari regole di un giornalismo appena decente. Credo sia inutile, oggi, domandarsi se qualcosa di diverso sarebbe potuto accadere se Israele avesse mostrato fin dalle prime ore dopo il 7 ottobre le immagini dell’orrore, o se Israele avesse accettato di far entrare tutti i giornalisti nella Striscia, sostengono altri, per evitare che l’unica documentazione che usciva da lì fosse di parte.

A mille giorni dal 7 ottobre, e dopo aver letto e visto quello che tutti abbiamo letto e visto, mi sentirei di dire che non sarebbe cambiato molto, se non che forse Israele sarebbe stato accusato di nuove nefandezze. Le forze che hanno sferrato l’attacco del 7 ottobre si sono preparate per tempo alla guerra della propaganda, se è vero che la parola genocidio circolava già nei commenti e nelle interviste quando ancora non c’era stato nessun attacco a Gaza, e se è vero, come è vero, che le centrali di influenza e disinformazione, quelle che invadono i social di ogni ordine e grado e da lì vengono promosse sulla stampa tradizionale, coincidono fin dall’inizio con quelle russo-iraniche.

Sono quelle che sappiamo alacremente al lavoro per destabilizzare Israele e, insieme con Israele, l’intero Occidente, prima di tutto influenzando quella stampa da cui ci si aspetterebbe qualcosa di diverso e di meglio. “La lettura dei media denuncia un profondo degrado, un desolante effetto gregge, un’eclisse della ragione, un crollo di civiltà”, ha scritto un anno fa Sergio Della Pergola, dopo aver analizzato migliaia di articoli e di interventi sui media italiani nel corso di tre settimane qualsiasi, prese a campione. Da allora, come possiamo constatare senza troppo sforzo, la situazione è solo peggiorata. L’eterno ritorno del mostro antisemita e antigiudaico ha trovato la sua nuova casa in quella che continuiamo, chissà perché, a chiamare “informazione”.