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Marjane Satrapi, eretica fino alla fine

La donna che sfidò i mollah, i fanatici occidentali e perfino la tristezza. Con Persepolis diede un volto e una voce all’Iran che voleva respirare

Daniele Scalise

Tempo di Lettura: 4 min
Marjane Satrapi, eretica fino alla fine

Ci sono persone che trascorrono la vita cercando di appartenere a qualcosa. A una patria, a una comunità, a un’ideologia, a una tribù politica. Marjane Satrapi ha fatto esattamente il contrario. Ha trascorso la sua vita a difendere la propria libertà da chiunque volesse sequestrarla.
Per questo la sua morte, a soli 56 anni, lascia un vuoto che va molto oltre il mondo del fumetto, del cinema o della letteratura. Con Marjane Satrapi scompare una delle poche figure pubbliche capaci di dire la verità senza preoccuparsi troppo delle conseguenze. Una qualità sempre più rara in un tempo in cui quasi tutti sembrano aver bisogno dell’approvazione del proprio gruppo di appartenenza.

La sua opera più celebre, Persepolis, non fu soltanto un libro ma un’esplosione. All’inizio degli anni Duemila milioni di lettori occidentali scoprirono l’Iran attraverso gli occhi di una ragazzina intelligente, ironica, ribelle e spaventata. Non l’Iran immaginario raccontato dalla propaganda del regime, né quello semplificato dagli stereotipi occidentali ma quello reale, crudele, infernale. Quello delle famiglie che vivevano tra paura e dignità, tra repressione e desiderio di libertà, tra arresti, esecuzioni, guerra e speranza. Un Iran che i mollah avrebbero preferito tenere nascosto.

Satrapi conosceva bene quel mondo. Nata a Rasht nel 1969, era cresciuta in una famiglia colta e politicamente impegnata. Da bambina vide la rivoluzione islamica trasformare il suo Paese. Vide amici e parenti perseguitati, arrestati, uccisi. Uno degli episodi che la segnarono per sempre fu l’esecuzione dello zio Anoosh, oppositore politico del nuovo regime. Anni dopo avrebbe raccontato che da bambina si allenava mentalmente all’idea di diventare un giorno una prigioniera politica. Una frase che sembra uscita da un romanzo distopico e che invece descriveva la normalità dell’Iran post-rivoluzionario.

A quattordici anni i genitori la mandarono a Vienna per proteggerla. L’esilio, però, non fu romantico. Conobbe la solitudine, l’emarginazione e perfino alcuni mesi di vita da senzatetto. Fu ricoverata per una grave bronchite e attraversò anni difficili prima di trovare un equilibrio. Quelle ferite non scomparvero mai e diventarono materiale narrativo e arte.

Eppure sarebbe poco, troppo poco ricordarla soltanto come una dissidente iraniana. Satrapi non sopportava le semplificazioni. Combatteva il fondamentalismo islamico ma non sopportava nemmeno il paternalismo occidentale. Difendeva le donne iraniane e allo stesso tempo criticava certa sinistra europea incapace di comprendere la natura oppressiva dell’islamismo politico. Quando nel 2024 e nel 2025 esplosero polemiche sul velo islamico, lei reagì con la brutalità intellettuale che la caratterizzava. Chiese come fosse possibile trasformare un simbolo di sottomissione in uno strumento di emancipazione. Insomma, non era diplomatica né le passava per la mente di esserlo.

Lo stesso spirito la spinse a rifiutare la Legion d’Onore francese nel gennaio 2025. Per molti sarebbe stato il coronamento di una carriera. Per lei era impossibile accettare un’onorificenza mentre, a suo giudizio, la Francia manteneva un atteggiamento ambiguo verso il regime iraniano e verso i dissidenti che cercavano rifugio in Europa. Non rinunciò per provocazione ma per coerenza. Il che fa una gran bella differenza.

Negli ultimi anni era diventata una delle voci più autorevoli del movimento “Donna, Vita, Libertà”, nato dopo l’uccisione di Mahsa Amini. Credeva che la rivoluzione iraniana sarebbe arrivata dalle donne e dai giovani, non dai partiti o dalle élite. Credeva che la cultura fosse un’arma più potente della repressione. E forse proprio per questo i fanatici la odiavano così tanto.Poi arrivò il dolore privato che esplose come una bomba nel petto.

La morte del marito Mattias Ripa, nell’aprile 2025, la colpì in modo devastante. Gli amici raccontano che non era più la stessa. «Ho perso l’amore della mia vita», scrisse. Una frase semplice, quasi banale. Ma dietro quelle parole si intravedeva una disperazione che nemmeno una donna forte come lei riuscì a superare. I familiari hanno detto che è morta di tristezza, espressione poetica ma anche verità letterale. In ogni caso racconta qualcosa di profondo: anche i combattenti più coraggiosi sono vulnerabili.

Marjane Satrapi lascia libri, film, disegni e battaglie civili, ma soprattutto un esempio. Quello di una donna che non volle mai essere addomesticata. Dai mollah di Teheran. Dai conformisti europei. Dai professionisti dell’indignazione selettiva. Dalle mode ideologiche.In un’epoca affollata di persone che cercano un padrone, lei scelse la libertà.E l’ha pagata fino in fondo.


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