Nella millenaria storia delle religioni monoteiste esiste un argomento che mi ha sempre affascinato, trasformando nel tempo il mio interesse in una vera e propria passione. Questa forte motivazione mi ha spinto a cercare avidamente tra le varie fonti, i libri e le tante documentazioni quanto più materiale possibile sulla storia del processo e della successiva condanna a morte di Rabbì Yeshua Ben Joseph, nato in Galilea probabilmente nel 3761 del calendario ebraico e giustiziato con la crocifissione a Gerusalemme 33 anni dopo per mano dei Romani.
Il coinvolgimento degli ebrei dell’epoca e la loro responsabilità in tale avvenimento sono argomenti da sempre dibattuti da studiosi, storici e persone di fede e costituiscono, senza dubbio, uno dei temi più iconici ed emblematici della storia cristiana.Per quell’episodio gli stessi ebrei hanno pagato nel corso di poco meno di duemila anni un altissimo prezzo e sopportato un pesantissimo e ingiusto fardello morale e materiale che, ancora oggi, nonostante il tanto tempo trascorso, grava su di essi sotto forma di un irriducibile rancore e di un pregiudizio profondamente radicato.
La definitiva accusa di deicidio, consolidatasi nella tradizione cristiana dopo il Concilio di Nicea del 325 e.v., li ha di fatto posti all’indice, rendendoli invisi e odiosi agli occhi delle società con le quali, nei secoli, hanno vissuto e dopo il loro forzato esilio dalla Terra d’Israele, avvenuto progressivamente dopo la distruzione del Tempio nel 70 e.v. e culminato, nel II secolo e.v., dopo la rivolta di Bar Kochba del 132-135 e.v.
Con la dichiarazione Nostra aetate, uno dei documenti del Concilio Vaticano II pubblicato il 28 ottobre 1965, la Chiesa cattolica cancella questa accusa e di fatto mette teologicamente fine a quasi due millenni di ingiustizia, durante i quali espulsioni, stragi, confische, roghi, ghetti e campi di sterminio sono stati il prezzo pagato dagli ebrei per questa falsa e calunniosa accusa, cucita loro addosso con il fine di far pesare in eterno la loro responsabilità e la loro colpa per la morte del Cristo.Quanto sto per argomentare, per la sensibilità che suscita e per l’importanza storica che riveste, necessita di alcune premesse fondamentali.
C’è prima di tutto da considerare e prendere attentamente in esame l’ambiente ebraico in cui Yeshua ha vissuto e nel quale si colloca anche il suo insegnamento.Va tenuto conto poi della pesante situazione in cui versava il variegato mondo ebraico di allora e di quanto gli ebrei, vinti e oppressi dai Romani, fossero già divisi su varie interpretazioni halachiche riguardanti l’ortodossia ebraica.Farisei, Sadducei, Esseni, Zeloti, Sicari e Galilei erano soltanto una minima parte delle fazioni e dei gruppi in cui l’ebraismo di allora si era diviso e frammentato; gruppi e fazioni che non di rado confliggevano duramente anche tra loro.
Ciascuno di questi rimaneva però il risultato di una stessa e imprescindibile matrice, i cui capisaldi erano la fede nel Dio Unico, il Grande Tempio di Gerusalemme (Bet HaMikdash) e la Torà con la sua Legge orale.Ogni loro componente era diversamente spinta da un’identica pulsione finalizzata alla ricerca della Verità e della Giustizia, elaborando interpretazioni sempre nuove dei testi sacri che sempre più spesso passavano attraverso logoranti e contrastanti discussioni, con il triste risultato finale di dividere il popolo.Ognuno, a modo proprio, cercava le motivazioni delle sofferenze provocate dalla presenza romana sulla loro terra e le ragioni della loro libertà perduta.
Motivi che da alcuni venivano interpretati attraverso premonizioni apocalittiche citate in vari testi profetici, da altri mediante la necessità di continuare a convivere in maniera virtuosa e paziente con gli invasori romani. Altri ancora trovavano nella lotta armata e nella riscossa l’unica possibilità di svincolarsi dal giogo romano. Infine c’era chi, alla ricerca di una nuova vita spirituale, attraverso lo studio e la meditazione, si era isolato e ritirato a vivere tra le montagne del deserto della Giudea.Nel difficile tentativo di districarmi in questo sublime e affascinante rompicapo storico, mi sono avvalso di alcune autorevolissime fonti che mi hanno consentito di mettere in luce diversi e interessanti punti di vista riguardo all’argomento trattato.
La prima di queste è quella dello storico ebreo di matrice ortodossa Joseph Klausner. Questi sostiene nei suoi scritti che Yeshua era «… esclusivamente un prodotto della Palestina, un prodotto del giudaismo puro senza alcuna aggiunta estranea».
Va ricordato anche che, in quell’epoca, la Terra d’Israele era profondamente ellenizzata. Tra i suoi abitanti erano infatti presenti anche numerosi Gentili provenienti da Roma e dalle sue province o comunque dai territori limitrofi. Costoro in nessun modo avrebbero potuto interferire con l’educazione ebraica di Yeshua ma, indirettamente, con la loro presenza influenzarono in parte gli atti e le azioni del suo tempo.Pur collocando i suoi insegnamenti all’interno del giudaismo fino al suo ultimo respiro, Klausner giudica duramente l’eccessiva e pericolosa radicalità dell’etica di Yeshua che, sempre secondo questo autore, avrebbe portato a una separazione tra ideale religioso e vita quotidiana.
Anche secondo David Flusser, che affronta questa materia in numerosi suoi libri, l’insegnamento di Yeshua va letto in un contesto puramente giudaico, così come molte delle sue parabole vanno ricercate tra i racconti rabbinici (Midrashim) dell’epoca. Simili a quelli che ancora oggi vengono raccontati e commentati dai Maestri nelle scuole talmudiche e nelle sinagoghe e che hanno sempre preso spunto dalla Torà e dai testi sacri dell’ebraismo.
Ancora Martin Buber, filosofo ebreo dell’inizio del XX secolo, lo definisce «… un mio grande fratello del suo tempo, da capire e da riscoprire soltanto nel suo contesto ebraico».Attraverso il criterio di dissomiglianza, gli esegeti del Nuovo Testamento hanno tentato di elaborare un sistema per stabilire con una certa sicurezza quali detti riportati nei Vangeli possano essere attribuiti a Yeshua, scartando quelli ritenuti troppo vicini agli interessi delle primitive comunità cristiane o ebraiche.
A questo proposito, lo storico ebreo Jules Isaac, nel suo libro Gesù e Israele, mette a confronto i quattro Vangeli canonici con le fonti storiche di cronisti dell’epoca, come Giuseppe Flavio e Filone d’Alessandria. Ne deduce che il popolo ebraico «… non c’entra affatto con la crocifissione di Yeshua; anzi, questo abominio si svolse senza la sua partecipazione e contro la sua volontà».Ponzio Pilato era l’unico arbitro della vita e della morte di chiunque e quindi anche di Yeshua, condannato per pretese messianiche, un delitto agli occhi dei Romani ma non degli ebrei.
La crocifissione era notoriamente e specificamente un supplizio romano, utilizzato nelle condanne a morte di chi non era considerato un civis romanus, come nel nostro caso. Un supplizio che era già stato impiegato in precedenza durante la repressione della cosiddetta rivolta dei «briganti», quando i Romani assassinarono migliaia di ebrei ritenuti colpevoli di ribellione — oggi diremmo di terrorismo — crocifiggendoli lungo le strade della Giudea.Inoltre la corona di spine posta sul capo di Yeshua, la flagellazione, la spugna imbevuta d’aceto e le altre torture alle quali fu sottoposto furono parte di un rituale crudele messo in scena esclusivamente dalla soldataglia romana.
La folla, così come descritta in alcuni Vangeli e rappresentata da alcuni cineasti moderni, aizzata dai sacerdoti sadducei — peraltro invisi e mal tollerati da buona parte del popolo ebraico — non coincideva con l’intero popolo ebraico, i cui sentimenti antiromani erano indubitabili.Peraltro la pietà ebraica verso i defunti obbligò, come narrano gli stessi Vangeli, due membri del Sinedrio, Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea, a occuparsi della sua sepoltura. Un comportamento che appare in netta contraddizione con la frase «… il suo sangue ricada su di noi» e che difficilmente potrebbe prevalere sul «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno».
Non è nemmeno possibile immaginare che soltanto la parte «buona e tollerante» dell’ebraismo di allora fosse già seguace di Yeshua e che quella «intollerante e cattiva» non lo fosse ancora o non lo sarebbe mai diventata.Sono numerosi, dunque, gli argomenti che portano a ritenere che la condanna a morte di Yeshua non solo non fu voluta dagli ebrei ma venne da molti di essi deplorata e condannata.Ma allora perché? Da dove nasce la convinzione del deicidio che si è protratta per due millenni?
A questo proposito altri autorevoli studiosi, questa volta scelti per par condicio tra autori e storici non ebrei, vengono in nostro aiuto.Weddig Fricke, giurista ed esperto di diritto penale, si esprime così nel suo libro Il caso Gesù a proposito di quello che definisce «… il più controverso processo della storia».«I Vangeli», scrive, «mirano a far gravare sulle spalle degli ebrei la colpa per la morte di Gesù, per non creare a priori conflitti insuperabili con la potenza universale di Roma…».E ancora:«Gli ebrei figurano come nemici di Gesù, ma, come dice l’apostolo Paolo, il popolo ebraico è come il buon ulivo da cui la comunità cristiana trae nutrimento… Se la morte di Gesù entrava nei disegni di Dio, allora non ci può essere chi ne porti le colpe. […] Penso di aver dimostrato che l’accusa di deicidio nei confronti degli ebrei è storicamente falsa, teologicamente vana e moralmente dannosa».Conclude:«Se il mio libro concorre a far cadere questa assurda e maligna accusa e ad accrescere il dialogo fra ebrei e cristiani, allora avrò raggiunto il mio scopo».
Esiste inoltre un documento vaticano che, dopo aver analizzato il Vangelo di Marco, il più antico dei quattro Vangeli e quello dal quale gli altri traggono in larga misura ispirazione, afferma:«Il sostenere che la responsabilità della morte di Gesù sia da attribuire al popolo ebraico è frutto di una erronea interpretazione di questo Vangelo. Un’interpretazione dalle conseguenze disastrose che non corrisponde affatto alle prospettive del Vangelo stesso, il quale, come abbiamo visto, oppone molte volte l’atteggiamento del popolo e della folla a quello delle autorità ostili a Gesù».Ma allora chi è stato? È veramente, come si dice, morto di freddo?
E.P. Sanders, stimato professore universitario americano, nel libro La verità storica afferma anch’egli che, specialmente nei Vangeli di Matteo e Giovanni, si accentua la tendenza a condannare la plebe giudaica, contrapponendola a un giudizio più favorevole nei confronti di Pilato. Una rappresentazione derivata dall’esigenza dei primi cristiani di mantenere rapporti meno conflittuali con Roma e di dipingere quindi i giudei come i veri nemici e i veri oppositori.Egli sostiene che, con tutta probabilità, Ponzio Pilato accolse l’incriminazione formulata da Caifa e, viste le poche e poco soddisfacenti risposte di Yeshua durante l’interrogatorio, lo mandò a morte senza grandi esitazioni, così come allora si mandavano a morte con estrema facilità sobillatori e rivoltosi.
Pilato, non nuovo a processi sommari e famoso per la sua crudeltà, fu infatti successivamente rimosso dalla carica di prefetto della Giudea e richiamato a Roma dall’imperatore Tiberio.A Roma, peraltro, una comunità ebraica era presente già da molto tempo e certamente non godeva di particolare simpatia, considerato il suo profondo e indissolubile legame spirituale con Gerusalemme, una terra che Roma governava con durezza e non senza difficoltà fin dal 63 a.e.v.
A questo proposito è assai curioso leggere quanto Cicerone sostenne davanti ai giudici nella sua orazione Pro Flacco, pronunciata in difesa del tribuno Lucio Valerio Flacco dall’accusa di concussione (de repetundis) mossa contro di lui dagli ebrei di Roma.Essi infatti lo accusavano di essersi appropriato di ingenti somme di denaro che gli erano state affidate come emissario e che erano destinate, sotto forma di oblazioni, al Tempio di Gerusalemme senza mai arrivare a destinazione.
Così Cicerone si esprimeva nella sua arringa:«Cum aurum Iudaeorum nomine quotannis ex Italia ex omnibus nostris provinciis Hierosolymam exportari soleret. Flaccus sanxit edicto ne ex Asia exportari liceret. Quis est, iudices, qui hoc non vere laudari possit?» («Essendo consuetudine che dall’Italia e da tutte le nostre province venga ogni anno esportato oro a Gerusalemme a nome dei Giudei, Flacco stabilì con un editto che non fosse lecito esportarlo dall’Asia. E chi, o giudici, non dovrebbe lodare tale decisione?») Grazie alla sua straordinaria abilità oratoria e a un verdetto che oggi definiremmo quantomeno discutibile, Flacco venne assolto dalle accuse che gli erano state rivolte.Perché così andavano le cose allora e, per certi versi, così continuano ad andare ancora oggi.Ubi maior, minor cessat.
Ancora un libro e ancora un autore che hanno affrontato questo argomento: Gesù ebreo di Galilea di Giuseppe Barbaglio, grande studioso italiano di scienze bibliche.Egli sostiene che nella condanna dei giudei convergano vari interessi degli evangelisti, i quali tendono ad assolvere l’autorità romana, presentandola come trascinata suo malgrado nel giudizio e costretta, pro bono pacis, a condannare il Cristo assecondando il grido del «Crucifige!».
Mi piace infine citare, ultimo in ordine cronologico, anche Papa Benedetto XVI, Joseph Ratzinger, che nel suo libro Gesù di Nazareth affronta direttamente questa questione.Ratzinger corregge soprattutto il Vangelo di Matteo quando, nel racconto della condanna di Cristo, parla di «tutto il popolo», attribuendo quindi ad esso, nella sua totalità, la richiesta della crocifissione.Si tratta di un passaggio che il Papa definisce «fatale nelle sue conseguenze», osservando che certamente non esprime un fatto storico:«Come avrebbe potuto essere presente in tale momento tutto il popolo e chiedere la morte di Gesù?»
Il Papa, pertanto, solleva dall’accusa l’intero popolo ebraico e, conseguentemente, avvalora l’ipotesi di una forzata sineddoche o, peggio ancora, di un errore di valutazione storica da parte dell’evangelista Matteo nel formulare quella che sarebbe diventata una delle accuse più devastanti della storia.Demolire umanamente e moralmente l’avversario, impoverendone la statura, è nella storia dell’uomo un fenomeno fin troppo frequente ed è ciò che, nella seconda metà del II secolo, gli evangelisti fecero con gli ebrei, costola ormai indesiderata delle loro stesse origini.
È vero che il cristianesimo combatté e progressivamente soppiantò anche il paganesimo e le sue credenze, ma l’ostilità costruita nei confronti degli ebrei assunse caratteristiche particolari: più profonda, più sottile, più raffinata e, per certi versi, persino necessaria alla conferma della deicità di Yeshua.Qualcosa di talmente radicato che ancora ai nostri giorni, tra gli scranni del Parlamento italiano c’è posto per chi sostiene che il semplice fatto di indossare un tipico copricapo ebraico come la kippà possa equivalere a un tradimento e rendere una persona assimilabile alla figura dell’infame, proprio come la storiografia e l’iconografia cristiana fecero per secoli con Giuda. (Mi riferisco alle note e velenose polemiche tra Denis Verdini e Gianfranco Fini, quest’ultimo di ritorno da un viaggio ufficiale a Gerusalemme durante il quale aveva indossato una kippà).
Si potrebbe continuare all’infinito a citare pagine e pagine di libri dedicati a questo argomento, alternando interpretazioni apologetiche e accuse diffamatorie nei confronti del popolo ebraico.
Per rispondere alla storia, tuttavia, può bastare affermare che il processo di Yeshua coinvolse in maniera diversa le autorità giudaiche e quelle romane e che entrambe, ciascuna secondo le proprie competenze e il proprio potere, ebbero un ruolo nella vicenda.Di sicuro il popolo ebraico non rifiutò Yeshua e tantomeno ne desiderò la morte.Quando poi egli, nelle mani dei discendenti dei suoi veri carnefici, venne trasformato nell’icona e nel simbolo delle sofferenze e dei patimenti del popolo ebraico, il distacco di un figlio d’Israele dalla sua matrice originaria divenne irreparabile e irreversibile.
Pesach, la memoria che libera: l’Esodo non è passato ma presente

