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⌥ Lutto selettivo

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Quando muore un dittatore occidentale, anche mediocre, cominciano immediatamente i processi. Si contano le vittime, si ricordano gli errori, si compilano i bilanci morali. Quando invece scompare un tiranno antioccidentale, succede qualcosa di curioso: arrivano le sfumature.

Ali Khamenei ha guidato per decenni un regime che ha impiccato oppositori, incarcerato dissidenti, represso donne, perseguitato minoranze religiose e sessuali, finanziato Hezbollah, Hamas, gli Houthi e una costellazione di milizie che hanno insanguinato il Medio Oriente. Eppure, leggendo certe cronache dedicate ai preparativi dei suoi funerali, sembra quasi di assistere alla commemorazione di uno statista severo ma rispettabile.

Milioni di fedeli attesi. La successione. Gli equilibri regionali. Il significato simbolico. Tutto vero. Manca soltanto un dettaglio: stiamo parlando del capo di una delle più longeve e oppressive teocrazie contemporanee.

È una strana malattia dell’Occidente. Più un regime è lontano dai valori liberali, più cresce la tentazione di comprenderlo. Più opprime, più si cercano attenuanti storiche, culturali, geopolitiche. Gli ayatollah diventano “complessi”. I dissidenti finiscono in nota a piè di pagina. Il risultato è un curioso lutto selettivo. Le vittime devono sempre spiegarsi mentre i carnefici, invece, vengono spesso accompagnati alla tomba con il rispetto dovuto ai protagonisti della storia. Come se averla fatta, la storia, fosse già una forma di assoluzione.


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