Il tempio mondiale dei diritti umani rischia di somigliare sempre di più a un ufficio politico con carta intestata dell’Onu, stipendi simbolici, immunità sostanziale e una libertà d’azione che nessun organismo serio dovrebbe concedere a chi pretende di giudicare il mondo. Il nuovo rapporto di UN Watch, pubblicato il 26 maggio 2026 con il titolo From Watchdogs to Ideologues, accusa 13 relatori speciali delle Nazioni Unite su 59 di avere abbandonato l’indipendenza richiesta dal loro mandato per trasformarsi in attori ideologici, spesso schierati contro Israele e l’Occidente, mentre ricevono o hanno ricevuto fondi da governi come Qatar, Russia e Cina.
Il documento, lungo 104 pagine, colpisce un punto che da anni mina la credibilità del sistema internazionale dei diritti umani. I relatori speciali del Consiglio Onu per i diritti umani dovrebbero essere esperti indipendenti, incaricati di osservare, riferire, verificare e denunciare. Secondo UN Watch, invece, alcuni di loro avrebbero usato il mandato per sostenere agende apertamente politiche, chiudendo gli occhi davanti agli abusi di regimi autoritari e mostrando una durezza selettiva, quasi ossessiva, verso Israele.
Il caso più pesante riguarda Alena Douhan, relatrice speciale sull’impatto negativo delle misure coercitive unilaterali, accusata da UN Watch di avere ricevuto 1,3 milioni di dollari da Cina, Russia e Qatar. Il rapporto sostiene che le sue visite ufficiali a Teheran, Pechino, Damasco, Doha, Caracas e Harare siano state segnate da un atteggiamento favorevole verso i regimi ospitanti, più che da attenzione per le loro vittime. Hillel Neuer, direttore esecutivo di UN Watch, ha usato un paragone brutale: se un giudice ricevesse denaro da una delle parti in causa, sarebbe rimosso immediatamente. All’Onu, denuncia Neuer, manca perfino una procedura effettiva per cacciare chi tradisce il proprio mandato.
Altro nome centrale è Ben Saul, relatore speciale sui diritti umani e la lotta al terrorismo, indicato nel rapporto come beneficiario di 150 mila dollari dalla Cina. UN Watch lo accusa di avere colpito duramente i Paesi occidentali, chiedendo anche restrizioni sulle armi a Israele, mentre avrebbe evitato prese di posizione adeguate sulla persecuzione degli uiguri nello Xinjiang, che Pechino presenta da anni come parte della propria lotta al terrorismo.
Il rapporto cita anche Tlaleng Mofokeng, relatrice speciale sul diritto alla salute, alla quale vengono attribuite dichiarazioni di sostegno alla “lotta armata” e l’affermazione secondo cui Hamas sarebbe estranea al terrorismo. Michael Fakhri, relatore speciale sul diritto al cibo, viene accusato di avere elogiato il regime di Nicolás Maduro dopo una visita in Venezuela. Gina Romero, relatrice speciale sulla libertà di riunione, viene criticata per avere respinto l’interpretazione dello slogan “Dal fiume al mare” come appello alla cancellazione di Israele. George Katrougalos, già ministro greco e oggi esperto indipendente Onu per un ordine internazionale democratico ed equo, avrebbe ricevuto 100 mila dollari dalla Cina nel 2025 e nello stesso anno avrebbe promosso il libro di Xi Jinping con parole di apprezzamento.
UN Watch è spesso accusata dai suoi critici di difendere Israele con particolare energia. Il punto, però, resta intatto: le accuse contenute nel rapporto chiedono risposte pubbliche, verificabili, documentate. Un sistema che giudica gli Stati, orienta il dibattito internazionale, influenza tribunali, governi e grandi media deve essere sottoposto a regole più severe di quelle che pretende dagli altri. Altrimenti i diritti umani diventano una lingua ufficiale dietro cui si muovono interessi, simpatie ideologiche e diplomazie parallele.
La richiesta finale del rapporto è semplice e devastante per l’Onu: controllo indipendente, trasparenza sui finanziamenti, divieto per i relatori di ricevere denaro da governi esterni, procedure disciplinari reali e criteri più rigorosi nella raccolta delle prove. Senza queste garanzie, il Consiglio per i diritti umani continuerà a perdere autorevolezza proprio dove dovrebbe essere più forte, cioè nella capacità di distinguere le vittime dai carnefici e i principi universali dalla propaganda.

