Ettore Capriolo era un traduttore, drammaturgo e storico del teatro italiano. Il 3 luglio 1991, a Milano, subì un’aggressione nella sua abitazione di via Curtatone. Un uomo lo aveva contattato con la scusa di affidargli la traduzione di un libro per conto dell’ambasciata iraniana in Italia. Una volta presentatosi all’appuntamento, l’aggressore entrò in casa e lo colpì con un coltello. Capriolo sopravvisse, riportando gravi ferite da taglio, tra cui una lesione a un tendine che richiese un lungo periodo di recupero.
Nello stesso periodo, in Giappone, Hitoshi Igarashi, traduttore e islamista, esperto di storia islamica e spiritualità orientale, venne assassinato. Il suo corpo fu ritrovato il 12 luglio 1991 nel suo ufficio all’Università di Tsukuba: era stato pugnalato ripetutamente al volto e alle braccia e non sopravvisse alle ferite. Due anni dopo, l’11 ottobre 1993, in Norvegia, l’editore William Nygaard venne ferito da tre colpi d’arma da fuoco nei pressi della sua abitazione e si salvò soltanto dopo un lungo ricovero.
Tre episodi diversi, in tre Paesi diversi, accomunati però dallo stesso elemento: tutti avevano avuto un ruolo nella traduzione, pubblicazione o diffusione di The Satanic Verses (1988), il romanzo dello scrittore indo-britannico Salman Rushdie.
Il 14 febbraio 1989 la Guida Suprema dell’Iran, Ruhollah Khomeini, emise una fatwa contro Rushdie, accusandolo di blasfemia contro l’Islam, il Profeta e il Corano. La sentenza, trasmessa dalla radio iraniana, condannava a morte non soltanto l’autore del libro ma anche tutti coloro che avevano partecipato alla sua pubblicazione, invitando i musulmani di tutto il mondo a eseguire la condanna senza indugio e promettendo il riconoscimento del martirio a chi fosse morto nell’eseguire la sentenza.
Da quel momento, la vicenda si trasformò in una crisi globale fatta di minacce, attentati e proteste in diversi continenti. Rushdie venne posto sotto protezione dal governo britannico e visse per anni sotto scorta.
Negli anni successivi, la sua figura è diventata anche il simbolo di una condizione più ampia: quella degli scrittori minacciati e della libertà di espressione sotto pressione. Salman Rushdie è stato recentemente anche in Italia, a Venezia, dove ha partecipato a un incontro pubblico. La sua presenza oggi non è soltanto quella di un autore, ma quella di una testimonianza vivente della lunga durata delle conseguenze politiche e religiose scatenate dalla fatwa.
La sua storia dimostra infatti la persistenza di un sistema di potere che non dimentica. La condanna emessa nel 1989 non si è mai esaurita nel tempo, ma si è trasformata in una struttura permanente di minaccia e memoria attiva. Rushdie incarna, in questo senso, la continuità di un conflitto che attraversa decenni e generazioni, dove la parola scritta continua a produrre effetti concreti nella realtà.
The Satanic Verses è un’opera complessa, di oltre seicento pagine, ricca di riferimenti culturali, linguistici e letterari difficili da decifrare anche per lettori esperti. Molti dei suoi critici non lo avevano mai letto e il romanzo non era stato tradotto nelle principali lingue del mondo musulmano, come arabo, urdu o farsi. La parte più controversa occupa circa settanta pagine inserite in una sequenza onirica, nella quale Rushdie rielabora l’episodio dei cosiddetti “versi satanici”, presente in alcune tradizioni islamiche antiche ma non riconosciuto dal canone ufficiale del Corano.
Subito dopo la pubblicazione, il libro venne vietato in India dal governo di Rajiv Gandhi e successivamente proibito in numerosi Paesi a maggioranza musulmana e non solo. Nel mondo islamico e in diverse città occidentali si moltiplicarono proteste e roghi pubblici del volume.
Nel febbraio 1989, a Islamabad, una manifestazione di circa diecimila persone contro il romanzo degenerò in scontri con la polizia, che aprì il fuoco causando sei morti e numerosi feriti. Il giorno successivo, a Srinagar, un’altra protesta si concluse con un morto e decine di feriti. Nel maggio dello stesso anno, a Beirut, il cittadino britannico Jackie Mann venne rapito in risposta diretta alla fatwa e inserito nel contesto di una serie di sequestri di occidentali nella regione.
In quegli anni anche figure religiose e politiche rilanciarono la condanna. In un discorso riportato dall’Orient-Le Jour, Hassan Nasrallah dichiarò che Rushdie e chiunque avesse pubblicato le sue opere “saranno giustiziati”.La tensione non rimase confinata al mondo islamico. Negli Stati Uniti il libro non si trovava in circa un terzo delle librerie e, dove presente, veniva spesso venduto sottobanco.
Nel 1993, a Sivas, in Turchia, durante il Festival letterario Pir Sultan Abdal, un incendio doloso in un hotel provocò la morte di trentasette intellettuali e partecipanti. Tra loro vi erano persone collegate ad Aziz Nesin, che aveva annunciato l’intenzione di tradurre e pubblicare il libro. La folla chiedeva la sua consegna per un’esecuzione sommaria ma, quando non venne consegnato, l’hotel fu incendiato. Nello stesso anno, in Norvegia, William Nygaard sopravvisse a un attentato armato.
Nel tempo la fatwa non venne mai revocata. La taglia per l’uccisione di Rushdie crebbe fino a 2,8 milioni di dollari e nel 2005 venne ribadita dalla Guida Suprema iraniana Ali Khamenei, mentre nel 2006 fu dichiarata permanente. Nel 2016 la Fondazione 15 Khordad aumentò ulteriormente la ricompensa fino a 3,3 milioni di dollari, a cui si aggiunsero contributi di media iraniani che portarono la cifra a quasi 3,9 milioni. Anche dopo l’attacco del 2022 a Chautauqua, nello Stato di New York, in cui Rushdie venne accoltellato e riportò gravi ferite, la posizione ufficiale iraniana rimase invariata.
Nel cimitero di Behesht Zahra, a Teheran, si trova inoltre la tomba di Mustafa Mahmoud Mazeh, indicato dal regime iraniano come il primo “martire” della missione contro Rushdie. Nato in Guinea e radicalizzato in Francia, Mazeh si unì a una cellula legata a Hezbollah e nel 1989 si recò a Londra. Il 3 agosto dello stesso anno morì in un’esplosione mentre cercava di assemblare un ordigno nascosto all’interno di un libro in un hotel di Paddington. Il suo nome è inserito in un’area del cimitero dedicata ai cosiddetti “martiri stranieri”, accanto ad altri memoriali legati ad attentatori e figure della militanza radicale.

