All’inizio di giugno centinaia di manifestanti si sono radunati davanti alle sedi dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) e della Missione di Supporto delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL) a Tripoli. La protesta, apparentemente legata alla questione migratoria, ha in realtà messo in luce tensioni molto più profonde che attraversano la società libica e che potrebbero avere ripercussioni ben oltre i confini della Libia.
Con slogan come “La Libia appartiene ai libici” e “No agli insediamenti”, i manifestanti hanno espresso il timore che il Paese possa trasformarsi in una destinazione permanente per centinaia di migliaia di migranti africani e mediorientali rimasti bloccati lungo la rotta verso l’Europa. Una preoccupazione che negli ultimi mesi si è diffusa con crescente forza nell’opinione pubblica e che si alimenta della convinzione, condivisa da una parte della popolazione, che esista una strategia internazionale volta a trattenere stabilmente i migranti sul territorio libico anziché favorirne il rimpatrio o il trasferimento verso altre destinazioni.
Le Nazioni Unite hanno respinto con fermezza queste accuse. L’UNSMIL ha definito “infondate” le voci relative a presunti programmi di reinsediamento permanente, ribadendo che non esiste alcun piano in tal senso. Tuttavia, in un contesto caratterizzato da istituzioni fragili, divisioni politiche e diffusa sfiducia verso gli attori internazionali, le smentite non sono riuscite a spegnere le polemiche.
A rendere ancora più complesso il quadro è il fatto che la protesta non si è limitata alle organizzazioni delle Nazioni Unite. Nel mirino dei manifestanti è finita anche l’Italia, percepita da una parte dell’opinione pubblica libica come uno degli attori che hanno contribuito a trasformare il Paese in una barriera avanzata per il contenimento dei flussi migratori diretti verso l’Europa. Secondo questa interpretazione, gli accordi di cooperazione siglati negli anni tra Roma e le autorità libiche avrebbero finito per scaricare sulla Libia una quota crescente delle conseguenze della pressione migratoria che interessa il Mediterraneo centrale. Una lettura che riduce una realtà assai più articolata, ma che evidenzia il crescente malcontento verso le interferenze e le influenze straniere percepite nel Paese.
Ad alimentare ulteriormente il dibattito è intervenuto lo stesso governo di Tripoli, che proprio nei giorni della protesta ha riaffermato la propria opposizione a qualsiasi progetto di insediamento permanente dei migranti in Libia. Una presa di posizione che, pur non confermando l’esistenza di tali piani, ha finito per rafforzare la percezione che la questione sia al centro di un confronto politico reale.
La pressione migratoria rappresenta infatti uno dei temi più sensibili per il Paese. Secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), in Libia, nazione di circa 7milioni di abitanti, si trovano attualmente quasi 900.000 migranti e rifugiati. Diverse autorità locali e numerosi esponenti politici sostengono però che il numero effettivo potrebbe essere molto più elevato, raggiungendo, secondo alcune stime, 1,5 milioni di persone.
L’esplosione del conflitto civile in Sudan ha ulteriormente aggravato la situazione. Centinaia di migliaia di rifugiati hanno attraversato il confine meridionale libico, aumentando il carico su infrastrutture già fragili, servizi pubblici insufficienti e un’economia che continua a risentire delle conseguenze di anni di instabilità politica e militare.
Per una parte crescente della popolazione, il fenomeno non viene più percepito soltanto come una questione economica o di sicurezza. Sta prendendo piede la convinzione che la presenza di un numero così elevato di migranti possa modificare nel lungo periodo gli equilibri demografici e sociali del Paese, alimentando timori identitari e nazionalisti.
Queste preoccupazioni si inseriscono in un contesto segnato da quindici anni di instabilità. Dalla caduta di Muammar Gheddafi nel 2011, la Libia non è mai riuscita a ricostruire un’autorità statale pienamente funzionante e capace di esercitare il controllo sull’intero territorio nazionale. La contrapposizione tra il governo riconosciuto a livello internazionale a Tripoli e le autorità della Cirenaica guidate dal maresciallo Khalifa Haftar continua a riflettere la frammentazione politica del Paese.
Il vuoto di potere che ne è derivato ha favorito la proliferazione di gruppi armati e reti criminali coinvolte nel traffico di esseri umani. La costa libica è diventata uno dei principali punti di partenza delle rotte migratorie verso l’Europa, mentre il vasto deserto meridionale continua a rappresentare una porta d’ingresso per i flussi provenienti dal Sahel, dal Corno d’Africa e, più recentemente, dal Sudan.
La protesta di Tripoli assume quindi un significato che va oltre la questione migratoria. Essa riflette il sentimento di una parte della società libica che ritiene di aver perso il controllo dei propri confini e che interpreta la gestione internazionale dei flussi migratori come un’ulteriore limitazione della propria sovranità nazionale.
Per l’Europa si tratta di un segnale da non sottovalutare. Negli ultimi anni molti Paesi europei hanno puntato sull’esternalizzazione del controllo migratorio, affidando ai Paesi di transito il compito di contenere le partenze. Tuttavia, quando questi stessi Paesi rifiutano di assumere il ruolo di destinazione permanente dei migranti, emergono inevitabilmente tensioni politiche e sociali che rischiano di compromettere la stabilità interna; infatti la contestazione non riguarda soltanto la presenza dei migranti: investe l’intero sistema di gestione delle migrazioni costruito negli ultimi anni nel Mediterraneo centrale, coinvolgendo organizzazioni internazionali, governi europei e in particolare l’Italia, da tempo impegnata nella cooperazione con le autorità libiche per il controllo delle partenze. Le proteste di Tripoli mostrano come una parte crescente della popolazione percepisca tali politiche non come un sostegno alla stabilità del Paese, ma come un ulteriore fattore di pressione su uno Stato già indebolito da anni di conflitti e divisioni interne.
Lo slogan “La Libia ai libici”, scandito durante la manifestazione, non esprime soltanto il rifiuto dell’immigrazione irregolare. È anche la manifestazione di una domanda di sovranità e controllo che continua a caratterizzare una Libia ancora alle prese con le conseguenze del collasso statale seguito alla caduta del regime di Gheddafi. A quindici anni da quell’evento, il Paese rimane uno degli epicentri delle dinamiche migratorie del Mediterraneo e uno dei principali indicatori delle fragilità che attraversano l’intera regione.

