Per anni Bashar al-Assad ha negato, nascosto, rinviato, promesso collaborazione alla comunità internazionale mentre la Siria veniva attraversata da immagini di civili soffocati nei rifugi, bambini con le pupille dilatate, interi quartieri trasformati in camere a gas improvvisate. Oggi, a distanza di oltre un decennio dagli attacchi che sconvolsero il mondo, le nuove autorità siriane annunciano di avere trovato ciò che il vecchio regime aveva sempre cercato di occultare: resti del programma clandestino di armi chimiche utilizzato durante la guerra civile.
Secondo quanto riferito a Reuters da Mohammed Katoub, rappresentante siriano presso l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche dell’Aia, le squadre impegnate nelle ispezioni hanno individuato oltre settanta razzi e bombe aeree, insieme a materiali utilizzati per la produzione del gas sarin, il micidiale agente nervino impiegato negli attacchi più devastanti del conflitto siriano.
Le operazioni sono avvenute in diversi siti non dichiarati nelle regioni costiere settentrionali e centrali del Paese. Gli ispettori internazionali, accompagnati dalle autorità siriane, hanno trovato anche apparecchiature per la miscelazione e lo stoccaggio delle sostanze chimiche e tracce di esamina, uno stabilizzante associato proprio alla produzione del sarin sviluppato dal regime di Assad.
Il dato politico e giudiziario è altrettanto rilevante. Damasco ha annunciato l’arresto di diciotto persone sospettate di aver partecipato al programma chimico del precedente regime, inclusi ex ufficiali superiori, tecnici e funzionari politici. Secondo Katoub, alcuni di loro figuravano già nelle liste delle sanzioni occidentali. I nomi non sono stati diffusi perché le indagini sono ancora in corso.
La vicenda riporta inevitabilmente alla memoria il massacro della Ghouta orientale, nell’agosto 2013, quando il sarin uccise oltre 1.300 persone nei sobborghi di Damasco. Quelle immagini cambiarono la percezione mondiale della guerra siriana e spinsero gli Stati Uniti di Barack Obama a minacciare un intervento militare contro Assad, poi evitato grazie all’accordo mediato dalla Russia che avrebbe dovuto portare allo smantellamento completo dell’arsenale chimico siriano.
Quell’accordo, alla luce delle nuove scoperte, appare oggi incompleto o deliberatamente aggirato. Anche dopo il 2013, infatti, diverse organizzazioni internazionali continuarono ad accusare il regime siriano di aver utilizzato sostanze chimiche contro aree controllate dai ribelli. Fra gli episodi più noti vi fu l’attacco di Khan Shaykhun nel 2017, che provocò decine di morti e spinse Donald Trump a ordinare un bombardamento contro la base aerea di Shayrat.
Per anni Mosca e Damasco hanno sostenuto che le accuse occidentali fossero manipolate o costruite su prove inaffidabili. Il ritrovamento annunciato ora dalle nuove autorità siriane rischia però di demolire definitivamente quella linea difensiva, soprattutto perché arriva da una Siria che oggi cerca un riavvicinamento con l’Occidente e punta alla ricostruzione economica dopo quattordici anni di guerra devastante.
Katoub ha definito il ritrovamento “un traguardo per il popolo siriano e per il mondo intero”, sostenendo che per la prima volta armi di questo tipo vengono individuate prima di essere usate contro la popolazione civile. Dietro queste parole emerge anche il tentativo del nuovo potere siriano di presentarsi come interlocutore responsabile sulla scena internazionale, prendendo le distanze dall’eredità più tossica lasciata dal regime Assad.
Resta però una domanda enorme sospesa sopra le macerie della Siria: quanti arsenali sono ancora nascosti, quanti materiali non sono mai stati dichiarati e soprattutto quante persone coinvolte in quel programma sono riuscite a sparire nel caos della guerra. Perché il sarin non evapora dalla storia insieme ai regimi che lo hanno prodotto.

