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La schwa e il ridicolo linguistico del woke

Quando una vocale ebraica viene usata senza sapere nemmeno cosa sia

Daniele Scalise

Tempo di Lettura: 4 min
La schwa e il ridicolo linguistico del woke

C’è qualcosa di involontariamente comico nel modo in cui una parte del mondo woke ha deciso di appropriarsi della “schwa”, trasformandola in una specie di amuleto ideologico da infilare ovunque per dimostrare sensibilità, inclusività, superiorità morale e appartenenza tribale. Il problema è che, nella maggior parte dei casi, chi la usa non sa quasi nulla della sua storia linguistica, della sua funzione reale e, soprattutto, del fatto che quella vocale esiste da secoli in lingue molto concrete e molto poco “attiviste”, compreso l’ebraico.

La parola “schwa” deriva dall’ebraico שְׁוָא (shva o sheva), termine grammaticale che compare nella tradizione masoretica, cioè il sistema di vocalizzazione elaborato dai grammatici ebrei nel Medioevo per fissare la pronuncia del testo biblico. In ebraico lo sheva è un segno minuscolo costituito da due puntini verticali sotto una consonante. Non è una lettera e non è una vocale autonoma nel senso moderno del termine. È piuttosto un indicatore fonetico: a volte segnala l’assenza di vocale, altre volte una vocale brevissima, quasi evanescente.

Chi studia ebraico incontra lo sheva molto presto. Nella parola בְּרֵאשִׁית (Bereshit), con cui si apre la Genesi, il primo segno sotto la bet è proprio uno sheva. In molti casi il suono associato è rapidissimo, quasi neutro, qualcosa che in fonetica ricorda il suono indistinto della “e” muta francese o della vocale centrale neutra dell’inglese about. Non c’è nulla di rivoluzionario, identitario o emancipatorio: è semplicemente un meccanismo linguistico.

Lo stesso termine è passato poi nella linguistica europea moderna per indicare il simbolo fonetico ə, cioè la vocale centrale media non accentata. È un suono comunissimo in inglese, in tedesco, in russo, in romeno, in catalano e in molti dialetti italiani del Sud. In napoletano, ad esempio, quella vocale indistinta esiste da secoli. Nessun collettivo queer l’ha inventata in una riunione universitaria a Bologna nel 2021.

E qui comincia il grottesco.
Negli ultimi anni la schwa è stata trasformata da alcuni ambienti progressisti italiani in uno strumento di “neutralizzazione del genere”. L’idea sarebbe quella di sostituire le desinenze maschili e femminili con la ə: “tuttə”, “carə amicə”, “studentə”. Una forzatura artificiale presentata come progresso inevitabile e come gesto etico, benché risulti quasi impronunciabile per la maggior parte delle persone e completamente estranea alla struttura dell’italiano.

Il paradosso è enorme. Da una parte si pretende di combattere le imposizioni culturali; dall’altra si cerca di imporre una neolingua burocratica, accademica e socialmente aggressiva, dove perfino una desinenza grammaticale diventa terreno di militanza. Il tutto mentre chi dissente viene spesso trattato come un reazionario o un nemico dei diritti civili.

La questione non è se le lingue cambino. Certo che cambiano e lo fanno continuamente. L’italiano di Dante non è quello di Manzoni e quello di Manzoni non è quello di oggi. Ma i cambiamenti linguistici autentici nascono dall’uso vivo, spontaneo, popolare, non da una circolare morale diffusa nei campus universitari o nelle redazioni terrorizzate dall’accusa di scorrettezza politica.
Inoltre, l’uso ideologico della schwa produce spesso un effetto opposto a quello dichiarato. Invece di includere, crea una barriera. Molte persone anziane, molti stranieri che imparano l’italiano, molti dislessici o ipovedenti si trovano davanti a testi innaturali, difficili da leggere perfino ad alta voce. Gli stessi software vocali e numerosi strumenti di accessibilità hanno problemi con quella grafia. Un capolavoro di inclusione, complimenti!

E c’è un altro elemento ironico che val la pena di essere sottolineato. La cultura woke ama presentarsi come radicalmente occidentale e post-tradizionale, spesso guardando con sospetto alle religioni, alle identità storiche e alle culture antiche. Poi però prende in prestito un termine ebraico medievale, nato nello studio filologico della Bibbia, lo svuota del suo significato originale e lo trasforma in una bandierina ideologica da esibire sui social.

Lo sheva ebraico aveva una funzione precisa: aiutare a leggere correttamente un testo. La schwa woke fa spesso il contrario: complica, irrigidisce e intimorisce (chi si fa intimorire, sia inteso). Non nasce da un bisogno linguistico reale, ma semmai da un bisogno simbolico. Serve a segnalare appartenenza, una password tribale più che uno strumento espressivo.

Alla fine, la vera domanda è semplice semplice che anche le bestioline della woke culture riescono a capire, se si applicano: una lingua deve aiutare le persone a comunicare o deve diventare un campo minato morale dove ogni sillaba viene sorvegliata da commissari ideologici?

Lo sheva dell’ebraico biblico sopravvive da oltre mille anni perché aveva una funzione concreta. La schwa woke rischia invece di restare come una curiosità sociologica del nostro tempo: il momento in cui una parte dell’Occidente, avendo perso il senso della realtà, ha pensato di poter rifondare il mondo cambiando le vocali.