Mandla Mandela può salire su una nave per Gaza e convocare il mondo davanti alle telecamere, però il problema politico, umano e perfino morale comincia quando qualcuno gli indica la sua provincia e gli chiede perché tanta energia internazionale venga spesa per una spedizione simbolica mentre nell’Eastern Cape, terra alla quale il suo nome pubblico resta legato, migliaia di famiglie fanno i conti con acqua intermittente, infrastrutture fragili e scuole dove i servizi igienici sono ancora una vergogna nazionale.
La South African Zionist Federation ha scelto di rispondere alla retorica della Global Sumud Flotilla con una campagna volutamente provocatoria, “Eastern Cape Flotilla”, costruita usando lo stesso immaginario delle navi dirette verso Gaza e rovesciandolo verso il Sudafrica. Il messaggio è semplice e tagliente: prima di trasformare il Mediterraneo in un palcoscenico politico, guardiamo alle comunità sudafricane dove l’acqua pulita e servizi igienici decenti restano un lusso intermittente. Il bersaglio della campagna è Nkosi Zwelivelile “Mandla” Mandela, nipote di Nelson Mandela, figura pubblica sudafricana e sostenitore di primo piano della flotilla per Gaza.
La tempistica rende l’operazione ancora più aspra. Il 19 maggio Reuters ha riferito che le forze israeliane hanno intercettato tutte le cinquanta imbarcazioni della Global Sumud Flotilla nel Mediterraneo orientale, con 428 partecipanti provenienti da oltre quaranta Paesi secondo gli organizzatori, mentre Israele ha parlato di 430 attivisti trasferiti su proprie navi e diretti verso il territorio israeliano per le procedure consolari. Nello stesso giorno il dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, attraverso l’Office of Foreign Assets Control, ha annunciato sanzioni contro quattro persone associate a quella che Washington definisce una flotilla filo-Hamas organizzata dalla Popular Conference for Palestinians Abroad, già designata dagli Stati Uniti. (Reuters)
Naturalmente i sostenitori della flotilla respingono l’accusa di essere una copertura politica di Hamas e rivendicano la natura umanitaria dell’iniziativa. Il punto, però, riguarda anche la gerarchia dell’indignazione. La politica globale conosce benissimo il potere dell’immagine: una barca, una bandiera, una diretta social, un’intercettazione in mare, una conferenza stampa. Tutto diventa subito spendibile, traducibile, esportabile. Un rubinetto secco in un villaggio dell’Eastern Cape, invece, fa molta meno strada. Un bagno scolastico insicuro, un’infrastruttura lasciata marcire, una comunità rurale costretta a dipendere da promesse amministrative ripetute per anni difficilmente produrranno lo stesso pathos internazionale.
Eppure i dati stanno lì, ostinati. Nel rapporto della South African Human Rights Commission sulla situazione dei servizi igienici nelle scuole dell’Eastern Cape, pubblicato nel febbraio 2025, si parla di “fallimenti sistemici” e di 427 scuole nelle quali le latrine a fossa tradizionali restano ancora una realtà, con rischi diretti per sicurezza, dignità e diritto all’istruzione degli alunni. Lo stesso rapporto ricorda tre morti di bambini nella provincia dal 2018, legate a strutture igieniche pericolose o inadeguate, e chiede interventi urgenti al Department of Basic Education.
La campagna della South African Zionist Federation gioca quindi su una contraddizione molto concreta. Mandla Mandela, erede di un cognome che nel mondo evoca liberazione, diritti e responsabilità pubblica, sceglie di spendere il proprio capitale simbolico sulla causa palestinese, mentre una parte della popolazione della sua stessa area politica continua a misurare la promessa democratica sudafricana attraverso l’acqua che arriva o manca, i servizi che funzionano o cedono, la dignità quotidiana negata nei luoghi più elementari della vita collettiva.
Qui la polemica diventa più larga della singola flotilla. Da anni una certa militanza internazionale funziona così: seleziona cause lontane, le purifica da ogni ambiguità, le confeziona per il consumo emotivo occidentale e lascia in ombra le responsabilità più vicine, più sporche, più amministrative. Gaza diventa assoluto morale, mentre l’Eastern Cape resta faccenda locale, fastidiosa, priva di glamour. Eppure proprio lì si vede la differenza tra solidarietà e teatro politico. La solidarietà porta acqua, ripara scuole, pretende bilanci, incalza sindaci e ministeri; il teatro politico produce immagini potenti, applausi rapidi e carriere militanti.
La “Eastern Cape Flotilla” può piacere o irritare, e nasce evidentemente dentro una battaglia politica durissima contro l’ossessione anti-israeliana che attraversa pezzi importanti della scena sudafricana. Però ha il merito di formulare una domanda che nessuno dovrebbe liquidare con sufficienza: perché il dolore dei palestinesi merita flotte, slogan, delegazioni e copertura globale, mentre quello di bambini sudafricani costretti a studiare in scuole con servizi indegni fatica a ottenere la stessa mobilitazione?
Mandla Mandela ha tutto il diritto di occuparsi di Gaza. Proprio per questo è legittimo chiedergli conto dell’Eastern Cape. La politica, quando invoca l’umanità, deve accettare anche il controllo più semplice e brutale: comincia da casa tua, dai tuoi cittadini, dai tuoi bambini, dai loro rubinetti e dai loro bagni. Tutto il resto, senza questa verifica, rischia di diventare solo una crociera dell’indignazione.

