C’è una parola che torna ossessivamente nel dibattito pubblico occidentale: contesto. Tutto va contestualizzato. Tutto, tranne Israele. Qui il contesto evapora. La complessità viene dichiarata colpevole. La distinzione tra governo e opposizione viene archiviata come un cavillo. Le differenze – enormi – scompaiono. Resta il marchio. Indelebile come un tatuaggio a sei cifre sull’avambraccio.
È il riflesso condizionato della nuova religione civile del nostro tempo, il palestinismo. Una fede che ha i suoi dogmi, i suoi eretici, i suoi riti di purificazione. E soprattutto i suoi appestati: gli israeliani e chiunque abbia un qualche legame con Israele. Diciamo pure, a occhio e croce, gli ebrei e gli amici degli ebrei. Non importa che cosa pensino. Non importa che cosa scrivano. Non importa che cosa dicano contro Netanyahu. Se sono israeliani o in qualche misura legati a Israele portano addosso una colpa originaria che nessuna abiura riuscirà a cancellare.
Il caso di Eshkol Nevo è istruttivo. Nel giorni scorsi una petizione ha chiesto la sua esclusione dal festival “Il Libro Possibile”, in Puglia. I promotori sostenevano che lo scrittore non avesse preso sufficientemente le distanze dalle politiche del governo israeliano. Poco importava che Nevo avesse più volte invocato la pace, criticato l’esecutivo e preso posizione contro figure della destra israeliana. Poco importava che gli stessi organizzatori del festival ricordassero pubblicamente la sua distanza da Netanyahu. Nevo è israeliano, e tanto basta.
Alla fine questa volta il festival non si è piegato, ma la vicenda ha reso visibile il meccanismo. Forse però c’è una seconda possibilità interpretazione. Forse non è vero che gli adepti della setta palestinista colpiscono senza distinzioni tutto ciò che ha in qualche misura a che fare con Israele. Selezionano con cura i bersagli. Nel mirino finiscono spesso proprio i progressisti, i critici del governo israeliano che però si oppongono all’invocazione della distruzione dell’unico stato a maggioranza ebraica del pianeta, gli interlocutori impegnati nella costruzione di ponti. I De Luca, i Fiano, i Molinari, tanto per citare tre personalità note molto distanti l’una dall’altra e dai diversi mestieri di non israeliani ripetutamente oggetto di attacchi da parte dei settari. Perché?
Perché gli adepti del palestinismo agiscono come i gruppi terroristi e paraterroristi di sinistra extraparlamentare degli anni Settanta in Italia. In quel decennio il terrorismo rosso identificava il nemico più pericoloso non nella destra, ma nella sinistra riformista. Quella dei compromessi – non senza contraddizioni – e del compromesso storico. Quella bene o male progressista, non settaria. Le Brigate Rosse non sparavano contro i moderati di sinistra perché li considerassero più reazionari degli altri. Li colpivano perché convinte che costituissero un pericolo per il loro progetto politico, cioè che sottraessero consenso alla radicalizzazione. Che il PCI fosse di fatto l’argine che impediva alla rabbia di estendersi.
Oggi si osserva qualcosa di simile. Lo scrittore israeliano di sinistra, il giornalista critico verso Netanyahu, l’intellettuale favorevole a una soluzione negoziale rappresentano un problema. Agli occhi degli apocalittici del verbo palestinista la loro esistenza smentisce la favola perfettamente hitleriana secondo cui Israele è una metastasi demonica protesa alla guerra e al dominio da estirpare per salvare l’umanità.
E una religione politica come quella della setta palestinista vive di semplificazioni. Ha bisogno di santi e demoni, non di esseri umani. Non tollera il dubbio, nega la complessità, chiama tradimento il compromesso.
Per questo gli israeliani acerrimi nemici del governo Netanyahu – e sono la grande maggioranza nel mondo della cultura e dell’arte – vengono trattati spesso peggio dei nazionalisti israeliani. I primi confonde il racconto, i secondi lo confermano. Se per gli adepti della setta palestinista per principio ogni israeliano si equivale, in quando coartefice della principale sorgente di male nel mondo, per strategia i progressisti sono le vittime preferite.
Il caso Nevo mostra l’intersezione di dogma e strategia all’interno della setta palestinista. È presto per dire se la strategia fallirà o meno. Di certo è fallita quella delle Brigate Rosse, trascinando nella sua miseria il dogma di allora.
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