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L’11 settembre riscritto dagli antisemiti

Venticinque anni dopo l’attacco di Al Qaeda torna con forza la leggenda dei «cinque israeliani danzanti». Una vecchia teoria del complotto, rilanciata dai social, che trasforma ancora una volta gli ebrei nei colpevoli universali

Alessandro Carmi

Tempo di Lettura: 5 min
L’11 settembre riscritto dagli antisemiti
Iimmagine generata con AI

Sono passati venticinque anni dall’11 settembre 2001 e perfino una tragedia che il mondo ha visto svolgersi in diretta televisiva può essere riscritta. Basta il tempo, basta una generazione che quei fatti non li ha vissuti, bastano soprattutto i social network. Ed ecco che Al Qaeda, Osama bin Laden e i diciannove dirottatori cominciano a svanire sullo sfondo, mentre al loro posto riappare il colpevole più antico e versatile della storia occidentale: l’ebreo.

Nel venticinquesimo anniversario degli attentati alle Torri Gemelle e al Pentagono, le piattaforme social sono state invase da post, commenti, immagini e insinuazioni secondo cui dietro l’11 settembre ci sarebbero stati Israele, il Mossad o genericamente «gli ebrei». Vecchie teorie del complotto sono tornate a circolare con una forza impressionante, spesso accompagnate dall’iconografia che apparteneva un tempo alla propaganda antisemita più rozza: nasi smisurati, ebrei ortodossi rappresentati come burattinai, allusioni a un potere occulto capace di manovrare governi e guerre. Cambiano i mezzi, cambia il linguaggio, il meccanismo resta sorprendentemente simile.

Una delle teorie più diffuse riguarda i cosiddetti «cinque israeliani danzanti». Il punto di partenza è un episodio realmente accaduto. L’11 settembre 2001 una donna del New Jersey vide alcuni giovani israeliani fotografarsi mentre sullo sfondo bruciavano le Torri Gemelle. Il loro comportamento le parve sospetto e avvertì la polizia. I cinque furono arrestati, trattenuti per oltre due mesi e interrogati dall’FBI. L’indagine, però, non trovò prove che avessero partecipato agli attentati o che ne fossero stati informati in anticipo. I cinque tornarono successivamente in Israele dopo che erano state accertate violazioni delle norme statunitensi sull’immigrazione. Qui finiscono i fatti e comincia la leggenda.

Nel racconto complottista, quei giovani diventano agenti del Mossad che avrebbero festeggiato la riuscita di un’operazione israeliana. L’11 settembre sarebbe stato una gigantesca azione sotto falsa bandiera, organizzata per attribuire la responsabilità al terrorismo islamista e trascinare gli Stati Uniti nelle guerre in Medio Oriente.

Il problema, per chi sostiene questa versione, è che le indagini sull’11 settembre hanno ricostruito identità, preparazione e movimenti dei diciannove dirottatori appartenenti ad Al Qaeda e il ruolo dell’organizzazione guidata da Osama bin Laden. La teoria del complotto ha bisogno di ignorare questa enorme massa di elementi e di concentrare l’attenzione su un episodio marginale, trasformandolo nella chiave segreta capace di spiegare tutto. È un procedimento antico.

Per secoli gli ebrei sono stati accusati di avvelenare i pozzi, diffondere epidemie, assassinare bambini cristiani per usarne il sangue nei riti religiosi, controllare la finanza e provocare guerre. Nell’epoca digitale il repertorio si è aggiornato. Il Mossad ha preso il posto degli avvelenatori di pozzi e le operazioni segrete quello degli omicidi rituali. La struttura mentale, però, sopravvive intatta: davanti a una catastrofe bisogna cercare la mano nascosta dell’ebreo.

Liora Raz, direttrice dell’organizzazione americana StopAntisemitism, sottolinea un elemento particolarmente preoccupante: queste idee stanno uscendo dagli ambienti marginali nei quali per anni sono rimaste confinate. Dopo il 7 ottobre, sostiene Raz, la diffusione online di teorie antisemite ha conosciuto un’accelerazione impressionante.

C’è poi un problema generazionale. Secondo Raz, soltanto Arizona e Florida impongono attualmente l’insegnamento dell’11 settembre nelle scuole pubbliche statali, mentre altri Stati si limitano a raccomandarlo. Il risultato è che molti giovani conoscono quegli avvenimenti attraverso frammenti di video, influencer, post e algoritmi prima ancora che attraverso una ricostruzione storica. Ed è precisamente in questo vuoto che prospera il complotto.

Anche il linguaggio antisemita si adatta agli algoritmi. In alcuni messaggi compare, per esempio, l’emoji di una confezione di succo di frutta: un espediente basato sull’assonanza inglese tra juice e Jews, utilizzato per alludere agli ebrei aggirando i sistemi automatici di moderazione. È l’antisemitismo dell’epoca digitale: abbastanza riconoscibile per chi deve comprenderlo, abbastanza ambiguo per tentare di sfuggire ai controlli.
Ancora più significativo è il percorso politico compiuto da queste teorie. All’indomani dell’11 settembre erano diffuse soprattutto negli ambienti dell’estrema destra complottista. Oggi, osserva Raz, vengono riprese anche da ambienti islamisti radicali e da settori della sinistra estrema. Mondi che su moltissime questioni si detestano possono ritrovarsi sul terreno comune dell’ossessione antiebraica. È uno dei fenomeni che il 7 ottobre ha reso ancora più evidente.

Esiste infine la tentazione di considerare tutto questo semplice spazzatura digitale. Bot, profili anonimi, provocatori professionisti: perché preoccuparsene? Raz invita a evitare questo errore. Le reti automatizzate possono moltiplicare artificialmente un messaggio fino a farlo apparire normale, diffuso, socialmente accettato. Un ragazzo che incontra centinaia di volte la stessa insinuazione può finire per considerarla una domanda legittima. Poi la domanda diventa sospetto. Il sospetto convinzione.

Per questo ignorare le teorie del complotto può diventare pericoloso. Una menzogna ripetuta migliaia di volte non acquista un grammo di verità, acquista però visibilità, familiarità e infine una sorta di cittadinanza nel discorso pubblico. L’11 settembre offre un esempio quasi perfetto. Sappiamo chi organizzò gli attentati. Sappiamo chi dirottò gli aerei. Sappiamo quale organizzazione terroristica preparò l’operazione. Abbiamo venticinque anni di indagini, documenti, testimonianze e ricostruzioni. Eppure c’è ancora qualcuno che cerca gli ebrei.

Forse è proprio questa la parte più inquietante della vicenda. Le teorie del complotto cambiano vestito con una facilità straordinaria. L’antisemitismo, invece, conserva una costante: quando la realtà è troppo complessa, dolorosa o insopportabile, offre sempre lo stesso colpevole.