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Israele, operazione clandestina partita dall’Azerbaigian

Un’inchiesta della CNN rivela il dispiegamento di forze speciali israeliane in Azerbaigian, Somaliland, Iraq ed Emirati Arabi Uniti durante l’Operazione Leone Nascente. Tra le operazioni attribuite a queste basi anche l’eliminazione di un alto comandante delle Guardie della Rivoluzione

Alessandro Carmi

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Israele, operazione clandestina partita dall’Azerbaigian

La guerra tra Israele e Iran non sarebbe stata combattuta soltanto nei cieli iraniani o attraverso attacchi missilistici e operazioni cyber. Secondo una dettagliata inchiesta della CNN, durante il conflitto Gerusalemme avrebbe attivato una rete di basi e avamposti segreti distribuiti attorno ai confini della Repubblica islamica, trasformando gran parte del Medio Oriente in una piattaforma avanzata per operazioni di intelligence, raccolta informazioni, missioni speciali e soccorso militare.

La rivelazione più significativa riguarda l’Azerbaigian, paese che da anni intrattiene stretti rapporti strategici con Israele e che confina direttamente con l’Iran. Secondo la CNN, citando diverse fonti a conoscenza delle operazioni, unità d’élite israeliane sarebbero state schierate nel sud dell’Azerbaigian durante la guerra, operando da postazioni situate a poca distanza dal territorio iraniano. In alcuni casi, le fonti sostengono che le forze israeliane si trovassero a circa cento chilometri da Tabriz, la principale città dell’Iran nord-occidentale e uno degli obiettivi colpiti durante il conflitto.

Secondo il rapporto, il contingente comprendeva membri delle forze speciali, operatori dell’Unità 669, il reparto dell’aeronautica israeliana specializzato nel recupero e soccorso di piloti e soldati dietro le linee nemiche, oltre ad agenti del Mossad. La missione principale consisteva nella raccolta di informazioni e nel monitoraggio delle attività militari iraniane nel nord del Paese, anche attraverso l’impiego di droni.

L’esistenza di una presenza israeliana in Azerbaigian viene smentita ufficialmente da Baku. Un portavoce dell’ambasciata azera negli Stati Uniti ha infatti respinto le accuse, definendole prive di fondamento e negando che il territorio nazionale sia stato utilizzato per operazioni militari contro Paesi terzi. La delicatezza della questione è evidente. L’Azerbaigian mantiene relazioni economiche e militari molto strette con Israele, ma condivide oltre settecento chilometri di frontiera con l’Iran e deve costantemente bilanciare i rapporti con entrambi i vicini.

L’inchiesta sostiene inoltre che Israele abbia costruito una rete regionale molto più ampia. Oltre all’Azerbaigian, sarebbero state operative strutture segrete in Iraq, negli Emirati Arabi Uniti e nel Somaliland, il territorio del Corno d’Africa che ha dichiarato unilateralmente la propria indipendenza dalla Somalia. Secondo le fonti citate dalla CNN, la base nel Somaliland avrebbe avuto una funzione logistica e avrebbe potuto servire come punto di appoggio per velivoli impegnati nelle lunghe missioni verso l’Iran.

La scelta del Somaliland assume particolare interesse anche alla luce del fatto che Israele è stato recentemente il primo Paese a riconoscerlo ufficialmente. Una decisione che molti osservatori avevano interpretato soprattutto in chiave diplomatica e che ora potrebbe assumere anche una dimensione strategica.

Tra i dettagli più sensibili emersi dall’inchiesta figura l’uccisione di un alto responsabile dell’intelligence delle Guardie della Rivoluzione identificato nel testo come Rahman Makdem. Poiché la traslitterazione del nome non è stata confermata da fonti indipendenti e presenta possibili varianti, è opportuno trattarla con cautela. Secondo la CNN, l’ufficiale era accusato da Israele di aver avuto un ruolo nel tentativo di assassinare Donald Trump durante la campagna elettorale del 2024. Una fonte citata dall’emittente sostiene che l’operazione sia stata condotta dall’Azerbaigian.

Il giorno successivo, sempre secondo il rapporto, droni attribuiti all’Iran avrebbero colpito l’aeroporto di Nakhchivan, l’enclave azera separata dal resto del Paese, provocando danni e feriti.Il presidente Ilham Aliyev definì quell’episodio «un atto di terrorismo vile e spudorato», accusando direttamente Teheran. Le autorità iraniane negarono qualsiasi coinvolgimento.Pochi giorni dopo, i servizi di sicurezza azeri annunciarono di aver sventato un complotto attribuito alle Guardie della Rivoluzione contro infrastrutture strategiche e obiettivi israeliani ed ebraici presenti nel Paese.

Israele confermò successivamente che l’operazione era stata realizzata congiuntamente da Mossad, Shin Bet e Forze di Difesa Israeliane.
Particolarmente interessante è anche il retroscena relativo a un’operazione segreta pianificata lungo il confine azero-iraniano già a metà gennaio. Secondo la CNN, Israele intendeva installare sistemi avanzati di intercettazione e raccolta dati per monitorare le attività militari iraniane. L’operazione sarebbe dovuta partire insieme a una prima ondata di attacchi, ma venne annullata all’ultimo momento dal presidente americano Donald Trump, convinto in quel momento che Teheran fosse pronta a interrompere la repressione delle proteste interne.

Secondo l’inchiesta, l’allora amministrazione americana riteneva ancora possibile ottenere alcune concessioni dal regime iraniano attraverso la pressione diplomatica. I vertici israeliani, invece, avrebbero continuato a prepararsi all’eventualità di un confronto diretto, sviluppando infrastrutture clandestine destinate a garantire capacità operative immediate nel momento in cui il conflitto fosse diventato inevitabile.Se confermate, queste rivelazioni mostrano quanto fosse estesa la preparazione israeliana prima della guerra e quanto l’apparato di sicurezza dello Stato ebraico abbia investito nella costruzione di una rete regionale capace di proiettare capacità operative ben oltre i propri confini. Una strategia che riflette una convinzione maturata da tempo negli ambienti della sicurezza israeliana: per monitorare e contrastare efficacemente l’Iran occorre essere presenti il più vicino possibile ai suoi confini, anche quando quella presenza resta invisibile.