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ISRAELE. MA CHE SUCCEDE?

Setteottobre

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ISRAELE. MA CHE SUCCEDE?

La scena israeliana oggi si capisce se partiamo da un dato di fatto: il governo Netanyahu è ancora in piedi, ma la sua autorità politica è molto più fragile della sua sopravvivenza numerica. Non è caduto, però si muove come un governo di fine legislatura, con i partiti già in assetto di guerra, i sondaggi letti come bollettini militari e ogni voto alla Knesset trasformato in una prova di forza.

La scadenza formale

Le elezioni per la 26ª Knesset devono tenersi al più tardi il 27 ottobre 2026. Questa data non è una previsione giornalistica: è stata fissata ufficialmente dal presidente della Commissione elettorale centrale, il giudice Noam Sohlberg. Se però il processo di scioglimento della Knesset andrà avanti, il voto potrebbe essere anticipato, con settembre-ottobre 2026 come finestra più probabile. Il 20 maggio 2026 la Knesset ha approvato in lettura preliminare, con 110 voti favorevoli e nessun contrario, una proposta di scioglimento: è un passaggio importante, non ancora definitivo. Servono altre letture e soprattutto un accordo politico sulla data.

Il governo: una coalizione potente ma incrinata

Il governo Netanyahu poggia ancora sul blocco Likud-religiosi-destra radicale: Likud, Shas, United Torah Judaism, Sionismo Religioso, Otzma Yehudit e Noam. È la coalizione più ideologicamente spostata a destra della storia israeliana recente, ma oggi il suo punto debole non è solo l’estremismo di alcuni ministri: è la contraddizione fra guerra, sacrificio militare e privilegio haredi. Dopo anni di combattimenti, richiamo dei riservisti, famiglie distrutte e un esercito sotto pressione, l’esenzione degli ultraortodossi dalla leva è diventata politicamente esplosiva.
Gli haredim — Shas e United Torah Judaism — vogliono una legge che protegga gli studenti delle yeshivot dall’arruolamento. La Corte Suprema ha stabilito nel 2024 che non esiste più una base legale per l’esenzione generalizzata e che lo Stato deve procedere con l’arruolamento secondo la legge ordinaria. Da qui nasce il corto circuito: Netanyahu ha bisogno degli haredim per restare premier, ma se concede loro troppo rischia di alienarsi una parte del Paese che combatte, paga, serve nell’esercito e non accetta più questa asimmetria.

Il Likud

Netanyahu resta il perno. Nonostante il 7 ottobre, nonostante il processo per corruzione, nonostante l’usura del potere, è ancora l’uomo intorno al quale tutto si organizza. Il Likud nei sondaggi resta spesso il primo partito o comunque in testa al blocco di destra. Ma il problema non è il Likud da solo: è il blocco. Per governare servono 61 seggi su 120, e i sondaggi più recenti indicano che la coalizione attuale rischia di fermarsi sotto la maggioranza.
Netanyahu sta giocando una partita molto netta: non vuole subire elezioni anticipate decise dagli haredim o dall’opposizione. Vuole controllare la data, arrivare al voto nel momento meno sfavorevole possibile e impedire che Bennett, Lapid ed Eisenkot si presentino come un’alternativa ordinata. La sua forza è sempre la stessa: trasformare il caos in una domanda semplice agli elettori, “volete me o l’incertezza?”. Ma stavolta la domanda funziona meno, perché molti israeliani associano proprio il suo governo all’incertezza permanente.

I haredim (altrimenti detti ‘ultraortodossi’)

Shas di Aryeh Deri e United Torah Judaism sono indispensabili a Netanyahu, ma oggi sono anche la sua zavorra. Shas rappresenta soprattutto l’elettorato sefardita e mizrahi tradizionale-religioso; UTJ rappresenta il mondo ashkenazita haredi, diviso tra Degel HaTorah e Agudat Yisrael. La loro priorità è la legge sulla leva, insieme ai finanziamenti alle istituzioni religiose. La crisi nasce dal fatto che una parte del mondo haredi ha perso fiducia nella capacità di Netanyahu di consegnare davvero quella legge. C’è chi sostiene(Times of Israel, tra i tanti) che i partiti haredi abbiano sostenuto la spinta verso lo scioglimento proprio per la frustrazione sul mancato varo della normativa.
Qui il nodo è morale prima che parlamentare. Israele è uno Stato fondato sulla leva obbligatoria e sulla mobilitazione collettiva. Dopo il 7 ottobre, l’argomento “Lo studio della Torah come servizio militare” regge sempre meno fuori dal mondo haredi. La destra laica, i riservisti, molte famiglie del Likud, persino settori religiosi sionisti, non accettano più che il peso cada sempre sugli stessi.

Smotrich e Ben-Gvir

Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir sono due figure diverse, anche se spesso vengono percepite all’estero come un unico blocco radicale. Smotrich, ministro delle Finanze e leader del sionismo religioso, è ideologico, strutturato, legato al mondo dei coloni e alla visione di una sovranità israeliana permanente sulla Giudea e Samaria (che altrimenti vengono definiti ‘Territori occupati’ o ‘Cisgiordania’). Ben-Gvir, ministro della Sicurezza nazionale e leader di Otzma Yehudit (Potere ebraico), è più populista, più teatrale, più incendiario. Smotrich parla alla destra religiosa organizzata; Ben-Gvir parla alla rabbia, alla paura, alla richiesta di pugno duro.
Il problema per Netanyahu è che entrambi gli servono, ma entrambi lo danneggiano verso il centro. Smotrich è percepito da molti come troppo ideologico in economia e nei territori; Ben-Gvir come un ministro che produce continuamente combustibile politico per l’opposizione e per la critica internazionale. Netanyahu li usa per tenere unita la destra, ma paga il prezzo di apparire ostaggio del suo stesso blocco.

L’opposizione: non più solo “anti-Bibi”

La novità più importante è l’alleanza fra Naftali Bennett e Yair Lapid, annunciata nell’aprile 2026 sotto il nome Beyachad (Insieme). È una mossa politicamente molto intelligente perché tenta di superare il limite storico del campo anti-Netanyahu: essere una somma di veti. Bennett offre un profilo di destra nazionale, sicurezza, management, competenza; Lapid offre il centro liberale, la struttura di Yesh Atid, l’esperienza dell’opposizione e un pubblico laico urbano.
Il senso dell’operazione è chiaro: parlare agli elettori che non vogliono la sinistra, ma non vogliono più Netanyahu; agli elettori che vogliono sicurezza, ma non Ben-Gvir; agli elettori che vogliono uno Stato ebraico forte, ma non una dipendenza crescente dai partiti haredi.

Naftali Bennett

Bennett è tornato come possibile sfidante vero. Non è un uomo di sinistra e non vuole esserlo. La sua forza è proprio questa: può sottrarre voti alla destra senza chiedere agli elettori di sentirsi “traditori” del campo nazionale. Il suo punto debole è il ricordo del governo del 2021-2022, appoggiato anche da Ra’am: per la destra netanyahista fu un tradimento, per una parte del centro fu invece un esperimento coraggioso ma fragile. Oggi Bennett cerca di presentarsi come il capo di un governo di riparazione nazionale, non come il leader di un campo ideologico.

Yair Lapid

Lapid resta il leader dell’opposizione e il capo del principale partito centrista strutturato, Yesh Atid. Ha un elettorato fedele, laico, borghese, urbano, europeista in senso israeliano, molto sensibile alla crisi democratica e alla separazione fra Stato e religione. Il suo limite è noto: fatica a sfondare nella destra. Per questo l’accordo con Bennett è così importante. Lapid sembra avere capito che per mandare Netanyahu all’opposizione deve accettare di non essere necessariamente il volto principale della campagna.

Gadi Eisenkot

Gadi Eisenkot è forse la figura più interessante. Ex capo di stato maggiore, ex National Unity, ha costruito una propria piattaforma, Yashar. Nei sondaggi appare come un candidato capace di rafforzare enormemente un fronte Bennett-Lapid, perché aggiunge credibilità militare, gravitas istituzionale e un’immagine meno politicizzata. Alcuni sondaggi citati dal Jerusalem Post indicano che un’alleanza Bennett-Lapid-Eisenkot potrebbe superare o avvicinare molto il Likud, ma anche qui il nodo resta la formazione di una maggioranza.
Eisenkot rappresenta un Israele sobrio, militare, post-retorico. Non ha il carisma plebeo di Netanyahu, non ha la comunicazione di Lapid, non ha il profilo ideologico di Bennett. Però ha una cosa che oggi pesa moltissimo: credibilità di sicurezza senza l’impronta del 7 ottobre.

Gantz

Benny Gantz è più indebolito rispetto al passato. Dopo essere entrato nel governo di emergenza durante la guerra ed esserne poi uscito, ha perso parte della spinta che aveva avuto come alternativa moderata a Netanyahu. La sua National Unity non è sparita, ma non sembra più il veicolo principale dell’alternanza. È ancora un uomo rispettato, ma politicamente meno centrale di Bennett, Lapid ed Eisenkot.

Avigdor Lieberman

Avigdor Lieberman, con Yisrael Beiteinu, resta un attore decisivo. Parla a una destra laica, russofona, durissima sulla sicurezza e molto ostile al potere haredi. Sul tema della leva obbligatoria è uno dei più coerenti e taglienti. Il suo elettorato potrebbe essere cruciale per costruire una maggioranza anti-Netanyahu, ma Lieberman è anche un politico difficile da integrare in una coalizione ampia.

Yair Golan e i Democratici

A sinistra, Yair Golan guida i Democratici, la nuova area nata dal tentativo di riunire ciò che resta di Labor e Meretz. Golan è un ex generale, molto netto contro la destra radicale, molto duro sulla difesa della democrazia israeliana. Ha cercato di spingere l’opposizione a mostrarsi unita prima del voto sullo scioglimento della Knesset. Il problema della sinistra sionista, però, resta strutturale: è culturalmente influente in certi ambienti, ma elettoralmente molto ridotta rispetto al passato.

I partiti arabi

Il voto arabo è un altro nodo. Ra’am di Mansour Abbas resta il partito arabo più pragmatico, quello disposto a entrare nella logica parlamentare israeliana e a negoziare benefici concreti per la società araba. Hadash-Ta’al, con Ayman Odeh e Ahmad Tibi, resta invece più ideologica e più vicina alla tradizione arabo-ebraica comunista/nazionale. Nei sondaggi, i partiti arabi possono avere 10 seggi circa, ma la domanda è se saranno parte attiva di una maggioranza o solo appoggio esterno. Questa è una delle grandi fragilità dell’opposizione: per arrivare a 61 potrebbe aver bisogno degli arabi, ma una parte dell’elettorato di destra anti-Netanyahu non accetterebbe facilmente una coalizione dipendente da loro.

Il dibattito pubblico: cinque fratture

La prima frattura è Netanyahu. Israele non discute solo di destra e sinistra, ma di Bibi sì o Bibi no. Per i suoi sostenitori resta il leader indispensabile, l’uomo che sa stare davanti a Trump, all’Iran, a Hamas, all’Europa ostile. Per i suoi avversari è il simbolo di una degenerazione: personalizzazione del potere, attacco alle istituzioni, dipendenza dagli estremisti, responsabilità politica per il disastro del 7 ottobre.

La seconda frattura è la leva haredi. È il tema più corrosivo perché tocca l’idea stessa di cittadinanza. Chi manda i figli a Gaza, al Libano, al confine siriano o nelle riserve non accetta più che un’intera popolazione maschile venga trattata come eccezione permanente. L’IDI ha seguito da vicino il tema e ha sottolineato che il progetto di esenzione rischia di colpire il modello dell’IDF come “esercito del popolo”.

La terza frattura è il dopo-guerra. Israele ha ottenuto risultati militari, ma la domanda politica resta aperta: chi governa Gaza? Che rapporto con l’Autorità Palestinese? Che ruolo avranno Stati Uniti, Paesi arabi, Europa? Netanyahu tende a rinviare ogni soluzione politica; Smotrich e Ben-Gvir spingono in una direzione molto più dura; l’opposizione parla di ripristino della credibilità internazionale, ma non presenta ancora una linea completamente unitaria.

La quarta frattura è la democrazia interna. La riforma giudiziaria del 2023 non è scomparsa: è stata travolta dalla guerra, ma resta sotto la cenere. Per il campo anti-Netanyahu, la battaglia riguarda Corte Suprema, procuratore generale, libertà di stampa, polizia, separazione dei poteri. Per la destra, invece, resta il tema del “governo dei giudici” e della necessità di ridurre il potere delle élite giuridiche. Haaretz continua a leggere questa come una battaglia sul destino democratico dello Stato.

La quinta frattura è internazionale. Israele è più isolata, soprattutto in Europa, ma internamente molti israeliani percepiscono questa ostilità come conferma della necessità di durezza, non come ragione per cambiare linea. Questo è un punto che in Europa si capisce poco: la pressione internazionale non sempre rafforza i moderati; spesso produce accerchiamento e spinge l’elettore israeliano verso chi promette fermezza.

I sondaggi: scenario fluido, ma non caotico

I dati cambiano, però la tendenza è leggibile. Il Likud resta molto competitivo. Bennett-Lapid è la principale alternativa. Eisenkot può spostare l’equilibrio. Il blocco Netanyahu spesso non arriva a 61. L’opposizione talvolta arriva alla maggioranza senza i partiti arabi, talvolta no. Un sondaggio pubblicato dal Jerusalem Post a metà maggio dava il Likud a 26 seggi e Beyachad di Bennett-Lapid a 25, con Eisenkot immediatamente dietro come figura decisiva; un altro sondaggio Maariv indicava il blocco di governo a 49 e l’opposizione non araba a 61.
Tradotto: Netanyahu può ancora vincere, ma non controlla più il campo come prima. L’opposizione può vincere, ma solo se evita la frammentazione e se risolve il problema della leadership. Il rischio di un altro Parlamento bloccato è reale.

In poche parole

Israele oggi è in una fase di transizione dura. Non siamo davanti a una normale vigilia elettorale, ma a una resa dei conti dopo il 7 ottobre. Il vecchio patto politico di Netanyahu — sicurezza, destra, haredim, controllo della macchina — è ancora vivo, ma scricchiola. L’opposizione ha imparato che non basta gridare “Bibi a casa”: deve offrire sicurezza, competenza, ordine e una via d’uscita dal ricatto dei partiti religiosi.
Il personaggio da osservare resta Netanyahu, perché tutto ruota ancora intorno a lui. Ma i tre da seguire per capire se può davvero cadere sono Bennett, Lapid ed Eisenkot. Bennett serve a strappare voti alla destra, Lapid a tenere insieme il centro, Eisenkot a dare credibilità nazionale e militare. Se questi tre trovano una formula stabile, Netanyahu rischia davvero. Se invece litigano sulla leadership, sulle liste o sui rapporti con gli arabi, Bibi può sopravvivere ancora una volta, magari non perché amatissimo, ma perché gli altri non riescono a costruire una maggioranza.