Fra poche ore le ruspe cancelleranno ciò che resta della casa della famiglia Bachar nel kibbutz Be’eri. Non sarà una demolizione come le altre, perché quei muri devastati dal 7 ottobre custodiscono ancora uno dei frammenti più atroci dell’attacco di Hamas contro il sud di Israele. In quella casa Avida Bachar vide morire la moglie Dana e il figlio Carmel sotto gli occhi della figlia, mentre lui stesso perdeva una gamba tentando di impedire ai terroristi di entrare nella stanza protetta nella quale la famiglia si era rifugiata.
Alla vigilia della distruzione definitiva dell’abitazione, Avida Bachar ha ricevuto la visita del rav Shmuel Eliyahu, una delle figure rabbiniche più influenti del sionismo religioso israeliano e rabbino capo di Safed. Con lui c’era anche il cantante Yonatan Razel, musicista molto noto nel mondo religioso israeliano. L’incontro si è trasformato rapidamente in qualcosa che andava oltre la semplice visita di conforto. Dentro quella casa ormai destinata a sparire si sono intrecciati lutto, memoria, fede e il tentativo quasi ostinato di continuare a vivere mentre il trauma del 7 ottobre continua a divorare intere famiglie israeliane.
Be’eri è diventato uno dei simboli più sconvolgenti del massacro compiuto da Hamas. Il kibbutz, situato a pochi chilometri dalla Striscia di Gaza, fu assaltato per ore da decine di terroristi. Più di cento residenti vennero assassinati e numerosi altri furono rapiti. Intere abitazioni furono incendiate o devastate. Ancora oggi chi attraversa il kibbutz si trova davanti una specie di geografia del trauma, fatta di case vuote, pareti crivellate, fotografie lasciate accanto agli ingressi distrutti.
La casa dei Bachar appartiene a questa mappa della devastazione. Per questo la sua demolizione possiede anche un significato simbolico. Israele sta ricostruendo Be’eri, però la ricostruzione materiale procede accanto a una domanda molto più difficile: come si ricompone una comunità che ha visto i propri figli massacrati nei salotti, nelle camere da letto, nei rifugi domestici trasformati in trappole?
Durante l’incontro Avida Bachar ha parlato con una lucidità che colpisce ancora di più considerando ciò che ha vissuto. “Voi toccate ciascuno di noi, non vi rendete conto fino a che punto”, ha detto rivolgendosi agli ospiti. “State creando attorno a noi una famiglia straordinaria ed è qualcosa che ci manca enormemente. Continuate con tutte le vostre forze, perché ne abbiamo bisogno”.
Poi le sue parole si sono spostate dal dolore personale a una riflessione più ampia sulla società israeliana dopo il 7 ottobre. “Il nemico a Gaza deve sparire dalla faccia della terra”, ha affermato, aggiungendo subito dopo che “il rispetto dell’altro precede la Torah” e che senza legami autentici gli israeliani rischiano di vivere soltanto uno accanto all’altro senza essere veramente uniti. In Israele, dove la guerra ha esasperato fratture politiche, religiose e culturali che esistevano già prima dell’attacco di Hamas, frasi del genere assumono un peso particolare.
Yonatan Razel ha cantato insieme ai presenti alcuni brani religiosi e momenti di preghiera collettiva hanno portato Bachar alle lacrime. Sono immagini che negli ultimi mesi ritornano spesso nella società israeliana: soldati che pregano nei luoghi delle stragi, famiglie distrutte che cercano rifugio nella musica, rabbini che visitano sopravvissuti incapaci persino di rientrare nelle proprie case.
Il rav Shmuel Eliyahu ha concluso l’incontro citando un versetto biblico che dopo il 7 ottobre è diventato quasi una formula collettiva della resilienza israeliana: “Non gioire della mia caduta, mio nemico, perché anche se sono caduto mi rialzerò; se siedo nelle tenebre, il Signore è la mia luce”.
Fra poco quella casa non esisterà più. Resteranno il vuoto, il terreno spianato, i nuovi edifici che sorgeranno al posto delle macerie. Però il vero problema di Israele non riguarda soltanto la ricostruzione dei kibbutz attaccati. Riguarda il tentativo di ricostruire un senso di sicurezza e di continuità dopo il giorno in cui centinaia di famiglie scoprirono che persino la stanza blindata di casa poteva trasformarsi in un luogo di esecuzione.

