L’accordo tra Stati Uniti e Iran viene presentato da molti osservatori come il primo passo verso una stabilizzazione della crisi, ma uno dei più alti ufficiali americani che abbiano seguito da vicino le dinamiche strategiche del Medio Oriente invita alla prudenza e sostiene che la partita sia ancora apertissima. John M. Jensen, generale dei Marines in pensione ed ex vicecomandante del Corpo, ha atteso deliberatamente l’entrata in vigore del cessate il fuoco prima di rompere il silenzio e, in una lunga intervista concessa al magazine israeliano N12, ha spiegato perché ritiene prematuro parlare di vittoria e perché considera il programma nucleare iraniano una minaccia tutt’altro che neutralizzata.
Jensen non appartiene alla categoria degli allarmisti di professione. Ha trascorso oltre trent’anni nelle forze armate americane, ha comandato reparti da combattimento in Iraq e Afghanistan, ha accumulato migliaia di ore di volo sugli F/A-18 Hornet e ha occupato incarichi ai massimi livelli della pianificazione strategica statunitense. Proprio per questo le sue parole meritano attenzione quando afferma che gli obiettivi militari della campagna contro l’Iran sono stati raggiunti solo in parte. Secondo la sua analisi, Israele e Stati Uniti hanno inflitto danni significativi alle difese aeree iraniane, alle infrastrutture missilistiche e a numerose capacità operative del regime, ma il cuore del problema rimane intatto.
Il punto centrale della sua preoccupazione ha un numero preciso: 440. Tanti sono, secondo le stime dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, i chilogrammi di uranio arricchito al 60% ancora attribuiti all’Iran. Per gli esperti del settore, il passaggio dal 60% al 90%, soglia necessaria per la produzione di un’arma nucleare, richiede tempi molto più brevi rispetto all’intero percorso già compiuto da Teheran negli anni precedenti. Jensen osserva che una parte consistente di quel materiale potrebbe trovarsi ancora in siti sotterranei e che nessun accordo potrà essere considerato realmente efficace fino a quando il destino di quella riserva non sarà chiarito in modo verificabile.
L’ex generale insiste anche su un altro aspetto spesso trascurato nelle analisi occidentali. A suo giudizio il conflitto con la Repubblica islamica non può essere interpretato soltanto attraverso parametri economici o militari. L’élite rivoluzionaria iraniana, sostiene, è pronta ad accettare sacrifici economici enormi pur di preservare la propria influenza regionale e i propri strumenti di proiezione strategica, a cominciare da Hezbollah in Libano. Per questa ragione considera illusoria l’idea che una semplice intesa diplomatica possa chiudere una contesa che dura da decenni.
Le sue valutazioni coincidono con quelle espresse negli ultimi mesi da numerosi esperti occidentali di proliferazione nucleare, secondo i quali il danno inflitto agli impianti può rallentare il programma iraniano ma non cancellare il patrimonio di conoscenze tecniche accumulato dagli scienziati del regime. Una centrale si può distruggere. Il sapere resta.
Jensen individua inoltre un rischio immediato che preoccupa una parte dell’establishment di sicurezza americano. Dopo la guerra, spiega, l’Iran appare meno compatto. All’interno del sistema di potere convivono centri decisionali diversi, alcuni dei quali favorevoli a una linea molto più aggressiva rispetto a quella sostenuta dai negoziatori impegnati nel dialogo con Washington. In questo contesto, Guardie Rivoluzionarie e comandanti regionali potrebbero prendere iniziative autonome capaci di provocare una nuova crisi con Israele o con i Paesi del Golfo.
Paradossalmente, sostiene il generale, l’Iran oggi è meno forte di prima, mentre la situazione generale potrebbe risultare più pericolosa proprio per la frammentazione delle catene di comando.
Per capire se Teheran stia davvero recuperando terreno, Jensen suggerisce di osservare soprattutto Hezbollah. Se l’organizzazione sciita riuscirà a ricostruire rapidamente le proprie capacità militari e finanziarie, sarà il segnale che l’Iran ha ripreso a proiettare efficacemente la propria influenza nella regione. Se invece Hezbollah continuerà a mostrare debolezze strutturali, allora la campagna militare israelo-americana avrà ottenuto uno dei suoi risultati più importanti.
Alla fine della sua riflessione emerge una conclusione che va oltre la cronaca delle ultime settimane. Per Jensen il conflitto non ha mai riguardato soltanto Hamas o Hezbollah. Quelle organizzazioni rappresentano strumenti di una strategia più ampia il cui centro di gravità resta a Teheran. Per questo, anche dopo l’accordo e il cessate il fuoco, la domanda decisiva continua a essere la stessa: quanto tempo impiegherà l’Iran a ricostruire ciò che ha perso e quanto sarà disposto il mondo a impedirglielo?

