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Israele, il no che cambia la storia

Da Monaco del 1938 all’Ucraina del 2022, fino allo scontro con l’Iran: quando la resistenza conta più delle concessioni

Giuliano Cazzola

Tempo di Lettura: 5 min
Israele, il no che cambia la storia

Mi sono spesso posto una domanda di quelle che non possono avere una risposta definitiva, perché la storia non si costruisce con i “se”. Nel secolo scorso vi fu un evento che contribuì a determinare la Seconda guerra mondiale e che da allora viene ricordato come la vergogna delle democrazie europee: il Patto di Monaco del 1938, quando trionfò la politica di appeasement nei confronti della Germania nazista e Regno Unito e Francia (con l’Italia nel ruolo di spettatore) concessero a Hitler i Sudeti, consentendogli poi di occupare l’intera Cecoslovacchia.

La questione, tuttavia, è più complessa di quanto spesso si racconti. Quanti oggi riconoscono a Putin il diritto di annettersi il Donbass dopo la Crimea avrebbero probabilmente mostrato la stessa comprensione nei confronti di Hitler. In fondo, la Cecoslovacchia era nata a Versailles nel quadro della sconfitta degli Imperi centrali e della loro disarticolazione territoriale. Nei Sudeti vivevano circa tre milioni di cittadini di lingua tedesca, fomentati dal nazionalismo nazista. Anche Danzica era, sotto molti aspetti, un pezzo di Germania separato dal resto del Paese e raggiungibile soltanto via mare.

La tragedia della Seconda guerra mondiale e l’affermazione dei totalitarismi nel cuore dell’Europa furono anche il risultato degli errori compiuti dai vincitori della Grande Guerra nei confronti degli sconfitti, errori che, per fortuna, non vennero ripetuti alla fine del secondo conflitto mondiale.
Tornando alla domanda da cui sono partito, mi chiedo che cosa sarebbe accaduto se il governo cecoslovacco, escluso dal negoziato di Monaco, invece di subirne supinamente le conseguenze avesse deciso di rifiutarle e di combattere, mandando al diavolo Daladier e Chamberlain. La Cecoslovacchia disponeva di ventiquattro divisioni operative e quindici di riserva, oltre a una rete di fortificazioni lungo i confini e a un’industria bellica molto sviluppata, ereditata dall’Impero austro-ungarico. I nazisti, nel 1938, non erano ancora in possesso della potenza di fuoco che avrebbe travolto la Francia nel 1940 nel giro di poche settimane.Si potrebbe sostenere che una risposta indiretta a questa domanda l’abbia fornita l’Ucraina nel 2022.

Quando Putin diede avvio alla cosiddetta “operazione speciale”, nel febbraio di quell’anno, Joe Biden offrì a Volodymyr Zelensky un salvacondotto più che un aiuto militare. Il presidente ucraino rifiutò e decise di resistere all’aggressione, inducendo l’Europa e l’Occidente a schierarsi al suo fianco, sia pure con esitazioni, dubbi e molte riserve. Chi non ricorda il rifiuto di istituire una no-fly zone? O il divieto imposto per lungo tempo di utilizzare determinate forniture militari contro obiettivi in territorio russo? O ancora gli autorevoli inviti alla resa, motivati dalla convinzione che la sconfitta fosse inevitabile?

Fino al tradimento americano consumato ad Anchorage, fallito grazie alla volontà dell’Ucraina di non arrendersi e alla solidarietà europea, che è riuscita almeno in parte ad attenuare gli effetti del disimpegno di Donald Trump.

Oggi, nonostante il massacro di civili compiuto dalla Russia, l’Ucraina non soltanto resiste, ma riesce anche a mettere in difficoltà il nemico con le proprie forze. Se la brutalità russa continua ad abbattersi su Kiev, la capacità di risposta ucraina arriva fino a Mosca.

Nei prossimi mesi vedremo se una guerra che dura ormai da oltre quattro anni riuscirà a produrre un risultato politico di grande portata, come l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea. Le titubanze del governo italiano non ci appartengono e ci auguriamo che non prevalgano le posizioni dei pacifisti di professione presenti nell’opposizione.

Ma esiste anche un altro fronte che resiste alla nuova Monaco immaginata da Donald Trump e che non intende rinunciare a una guerra condotta con successo negli ultimi mesi, non contro il Libano in quanto tale, bensì contro Hezbollah radicato e armato sul territorio libanese.

Trump è stato costretto a fare marcia indietro. Ora presenta come vittorie il semplice ripristino dello status quo a vantaggio della Repubblica islamica degli ayatollah. Ha forse ottenuto la riapertura dello Stretto di Hormuz, che prima delle sue intemperanze diplomatiche era già aperto e navigabile. E mentre i dirigenti iraniani non hanno esitato a sostenere e finanziare le proprie avanguardie nella lotta contro Israele, Trump ha abbandonato il suo principale alleato nel tentativo di trovare una via d’uscita dalla trappola in cui si era cacciato.

A differenza dell’Ucraina, Israele non ha bisogno che altri combattano al suo posto. La storia dimostra che lo Stato ebraico sa provvedere alla propria difesa. Tuttavia, l’atteggiamento di Trump nei confronti dell’alleato ha prodotto un danno ancora più profondo, perché gli Stati Uniti si sono aggiunti all’elenco di coloro che non esitano a colpire Israele attraverso l’isolamento internazionale, che rappresenta il vero punto debole dello Stato ebraico e che si riflette su tutta la diaspora sotto il pretesto dell’antisionismo.

Noi sappiamo però che il no di Israele alle intese con l’Iran, per ciò che lo riguarda direttamente, ha lo stesso valore del no che il governo cecoslovacco avrebbe dovuto pronunciare nel 1938 e che invece è stato pronunciato da Zelensky nel 2022.

Esiste poi un ulteriore aspetto nelle responsabilità di Trump. Ci sono le migliaia di iraniani morti durante le rivolte contro il regime. Aspettavano l’arrivo dei “nostri”, gli stessi che li incoraggiavano a sfidare a mani nude i pasdaran armati fino ai denti. Oggi, invece, i “nostri” fanno la pace con i loro oppressori.



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