«Dagli amici mi guardi Iddio che dai nemici mi guardo io». Non so se nella plurisecolare tradizione ebraica esista un proverbio siffatto, ma Netanyahu farebbe bene ad appuntarselo e a non dimenticarlo. I fatti più recenti hanno dimostrato che quei forcaioli degli ayatollah sono disponibili (magari rischiando qualche bombardamento) a difendere gli sgherri di Hezbollah anche a costo di ritardare la tregua con il Grande Satana, mentre quel pasticcione di Trump ha messo in difficoltà Israele, non tanto per le telefonate minacciose a Tel Aviv, quanto piuttosto per averlo indicato davanti a una comunità internazionale, disperata e pronta a tutto, come il responsabile del blocco dello Stretto di Hormuz, perché impegnato a «finire il lavoro» in Libano.
Lo Stato ebraico è vittima di un singolare destino: non può vivere in pace con i vicini che ne minacciano l’esistenza, ma non gli è consentito neppure di combattere e vincere le guerre che è costretto a combattere per sopravvivere. Dovrebbe accontentarsi di essere uno Stato-guarnigione, obbligato ad arrangiarsi, ma senza strafare. Quando con i suoi mezzi e con il valore e l’abnegazione dei suoi riservisti si avvicina a una svolta decisiva nella sua guerra dei cent’anni, sono i suoi alleati a mettersi di traverso e a imporgli di fermarsi per permettere ai suoi nemici di riprendersi e mettersi in grado di continuare la lotta contro l’entità sionista.
Così è stato con Hamas. E così finirà per essere con Hezbollah. E non solo a causa del ricatto iraniano, ma soprattutto per il clima di ostilità dell’opinione pubblica internazionale che si è sviluppato intorno a Israele. Prendiamo da ultimo il conflitto in Libano. Israele non combatte il Libano, ma nel Libano, dove operano indisturbate, nonostante la presenza impotente del contingente di interposizione dell’ONU e dell’esercito del Paese dei Cedri, le truppe di Hezbollah, armate fino ai denti di missili e quant’altro. Eppure i media denunciano soltanto le azioni dell’esercito israeliano, come se l’IDF non avesse il diritto di reagire e di mettere gli avversari in condizione di non nuocere.
Il Libano è uno Stato sovrano, multietnico e multireligioso, di antiche tradizioni, caro al pontefice che ha voluto iniziare lì il suo apostolato nel mondo. Ma non può cavarsela dicendo che il suo esercito non è in grado di disarmare Hezbollah, che ha il dominio assoluto su gran parte del suo territorio e da lì bombarda ad libitum il nord di Israele, in quanto schieramento di prima linea della Repubblica islamica. Come si può pretendere che Israele non violi una sovranità che viene già violata da un’organizzazione terroristica al solo scopo di violare la sua? Quanto all’UNIFIL, si tratta di migliaia di caschi blu con le mani legate, perché nelle regole d’ingaggio non è previsto il disarmo di Hezbollah; anzi, le loro basi operative sono divenute spesso un punto avanzato – e protetto dalla bandiera dell’ONU – per le scorribande dei «soldati di Dio».
Quei militari sono intoccabili soltanto da parte degli israeliani. Poi c’è la tragedia delle evacuazioni forzate che mostrano a livello internazionale famiglie intere che caricano le loro masserizie su un mezzo di trasporto (a Gaza erano carri strapieni trainati da poveri somarelli) per recarsi dove viene loro indicato. Nessuno dice che questa è una precisa regola della IV Convenzione di Ginevra del 1949, la quale stabilisce, a proposito degli «scudi umani», che nessuna persona protetta, cioè i civili, potrà essere utilizzata per mettere, con la sua presenza, determinati punti o determinate regioni al sicuro dalle operazioni militari. Inoltre, la potenza occupante potrà procedere allo sgombero completo o parziale di una determinata regione occupata, qualora la sicurezza della popolazione o impellenti ragioni militari lo esigano. In Ucraina sarebbero molto contenti se l’esercito russo avvisasse, magari con un breve anticipo, dove cadranno di lì a poco i missili e le bombe.
Poi si verifica sempre la solita storia: non solo le ragioni di Israele vengono distorte e diventano gravi responsabilità, ma le stesse si scaricano sugli ebrei che vivono magari a migliaia di chilometri da Israele e sono liberi cittadini dei Paesi dove sono nati. Ma che cosa possiamo aspettarci quando una storica come Anna Foa dichiara in un’intervista televisiva che: «Le comunità della diaspora devono tenere una posizione molto netta. Altrimenti sarà sempre più difficile scindere la responsabilità del mondo ebraico da quella di questo governo».
L’attuale governo e Netanyahu (che ha governato Israele per circa quindici anni complessivi) hanno gravi responsabilità, prima di tutto nei confronti dei loro concittadini. Non per quanto hanno fatto dopo, ma prima del 7 ottobre. E riguardano come sia stato possibile che in un pugno di terra come la Striscia, dove i servizi israeliani hanno degli informatori in ogni famiglia palestinese e dove basta affacciarsi alla finestra per vedere i movimenti dei propri nemici, Hamas abbia potuto costruire una città sotterranea con un lavoro di anni, con una movimentazione di mezzi e attrezzature a cielo aperto e con l’uso di importanti risorse. E come Hamas, una volta completata e resa operativa quell’infrastruttura, sia stata in grado di effettuare il pogrom nel deserto contro giovani indifesi. Anche questa è un’operazione che non si improvvisa, ma si prepara per tempo e con mezzi, alla luce del sole.
Gli ebrei della diaspora non devono dissociarsi nel momento in cui tuona il cannone. Devono pretendere giustizia. Da amico di Israele mi aspetto da quella democrazia una risposta a queste domande. E magari anche l’esito di un voto che riporti Israele alle sue origini migliori.
Pesach, la memoria che libera: l’Esodo non è passato ma presente

