Ottanta pagine, centinaia di riferimenti, dati statistici, documenti interni e un obiettivo preciso: mostrare come una delle accuse più devastanti rivolte a Israele dopo il 7 ottobre 2023 abbia preso forma fino a trasformarsi, nel giro di pochi mesi, in una convinzione condivisa da governi, organizzazioni internazionali, mezzi di informazione e opinione pubblica. Il rapporto pubblicato dall’ambasciata d’Israele a Washington, intitolato Manufacturing a Modern Blood Libel, affronta direttamente le accuse di genocidio e di affamamento deliberato della popolazione di Gaza, sostenendo che esse siano nate da dati manipolati, omissioni sistematiche e una gigantesca operazione di disinformazione.
Il documento, presentato dall’ambasciatore Yechiel “Michael” Leiter, parte da una domanda semplice quanto fondamentale: quanto sono affidabili i numeri che il mondo ha utilizzato per raccontare la guerra di Gaza? Secondo gli autori del rapporto, gran parte delle cifre sulle vittime civili diffuse negli ultimi due anni derivano da organismi controllati da Hamas e sono state successivamente riprese da agenzie delle Nazioni Unite, organizzazioni non governative e grandi testate internazionali, acquisendo così una credibilità che non sarebbe mai stata realmente verificata.
Uno degli aspetti più rilevanti riguarda la composizione delle vittime. Analizzando i dati del ministero della Sanità di Gaza fino al novembre 2025, il rapporto evidenzia che gli uomini tra i diciotto e i cinquantanove anni uccisi sarebbero circa tre volte più numerosi rispetto alle donne della stessa fascia d’età. Una distribuzione che, secondo gli autori, appare incompatibile con l’immagine di bombardamenti indiscriminati contro la popolazione civile e suggerisce invece una presenza significativa di combattenti tra i deceduti.
A rafforzare questa tesi vengono citati anche gli studi del professore Abraham Wyner dell’Università della Pennsylvania, che già nel 2024 aveva segnalato anomalie statistiche nei dati diffusi da Gaza. Tra queste figurano conteggi giornalieri sorprendentemente uniformi e correlazioni assenti tra le diverse categorie di vittime, elementi che in un conflitto urbano di grande intensità risultano difficili da spiegare.
Il rapporto sostiene inoltre che migliaia di morti naturali sarebbero stati inclusi nel conteggio delle vittime attribuite alle operazioni israeliane. Un elemento significativo emerge da una revisione effettuata nel marzo 2025 dallo stesso ministero della Sanità di Gaza, che eliminò oltre seimila nominativi dagli elenchi ufficiali dopo aver individuato duplicazioni e casi dubbi. Un episodio che, secondo il dossier israeliano, dimostra quanto quelle liste fossero state utilizzate come fonte autorevole molto prima di essere sottoposte a controlli rigorosi.
Particolarmente delicato è il capitolo dedicato alle immagini della fame. Alcune delle fotografie più diffuse sui media internazionali sono state utilizzate come prova dell’esistenza di una carestia provocata da Israele. Il rapporto richiama però un’inchiesta del quotidiano americano The Free Press, secondo cui numerosi bambini diventati simbolo della presunta fame di Gaza soffrivano in realtà di gravi patologie pregresse, tra cui fibrosi cistica, paralisi cerebrale e malattie genetiche rare.
Tra i casi più noti compare quello del piccolo Muhammad Zakariya Ayyoub al-Matouq, la cui immagine fece il giro del mondo nell’estate del 2025. Secondo il dossier, la fotografia venne pubblicata senza spiegare che il bambino soffriva di paralisi cerebrale e ipossiemia e senza mostrare il fratello maggiore, perfettamente sano, che si trovava accanto a lui.
Sul fronte degli aiuti umanitari, il documento cita dati del Coordinatore delle attività governative nei Territori, noto con l’acronimo COGAT, secondo cui tra l’ottobre 2023 e l’ottobre 2025 sarebbero entrate a Gaza circa 2,2 milioni di tonnellate di aiuti, comprese 1,7 milioni di tonnellate di cibo. La questione centrale, secondo il rapporto, riguarderebbe quindi la distribuzione degli aiuti e il controllo esercitato da Hamas sulle forniture, più che la quantità di beni introdotti nella Striscia.
Gli autori accusano Hamas di aver sottratto una parte consistente degli aiuti umanitari, trasformandoli in una fonte di finanziamento e di controllo politico sulla popolazione. Vengono inoltre contestate le modalità con cui alcune agenzie internazionali hanno registrato e comunicato il flusso degli aiuti, contribuendo a consolidare l’idea di una carestia generalizzata.
Un altro capitolo affronta le misure adottate da Israele per limitare le vittime civili. Il rapporto elenca milioni di messaggi telefonici, volantini, avvisi digitali geolocalizzati, mappe di evacuazione aggiornate e corridoi umanitari. Viene citato anche John Spencer, direttore degli studi sulla guerra urbana presso il Modern War Institute di West Point, che ha definito il sistema israeliano di protezione dei civili senza precedenti nella storia militare contemporanea.
Al di là della disputa sui numeri, il dossier pone una questione più ampia. Come può un’informazione proveniente da una parte belligerante trasformarsi in verità universalmente accettata prima ancora di essere verificata? Per gli autori del rapporto la risposta sta in una catena che parte da Hamas, attraversa organismi internazionali e organizzazioni umanitarie e arriva infine ai grandi media globali. Una dinamica che, sostengono, ha contribuito a diffondere un’accusa antica sotto una veste moderna: quella di attribuire agli ebrei e allo Stato ebraico crimini mostruosi attraverso una costruzione propagandistica che precede l’accertamento dei fatti.
Il dibattito è destinato a continuare, perché le accuse di genocidio contro Israele sono ormai entrate stabilmente nel linguaggio politico internazionale. Proprio per questo il dossier dell’ambasciata israeliana rappresenta un documento destinato a suscitare discussioni ben oltre i confini del conflitto di Gaza, intervenendo su uno dei temi più controversi e divisivi dell’ultimo decennio.

