Israele ha intensificato negli ultimi mesi la caccia ai responsabili del massacro del 7 ottobre 2023 e punta a colpire uno a uno tutti i terroristi che parteciparono all’attacco contro le comunità del sud del Paese. Secondo un’analisi pubblicata dal Times of Israel, oltre la metà dei circa 5.000 miliziani che presero parte all’assalto o contribuirono alla detenzione degli ostaggi sarebbe ormai stata uccisa o catturata, mentre le operazioni continuano anche durante la tregua nella Striscia di Gaza.
Il dato più significativo riguarda proprio l’accelerazione registrata negli ultimi mesi. Se durante la prima fase della tregua le Forze di difesa israeliane concentravano gli attacchi soprattutto su combattenti ritenuti una minaccia immediata per le truppe schierate nella Striscia, oggi cresce il numero delle operazioni mirate contro persone identificate come partecipanti diretti all’eccidio del 7 ottobre, sequestratori di ostaggi o comandanti di Hamas e della Jihad islamica palestinese.
Un esempio significativo di questa strategia è arrivato con l’eliminazione di Hassam Shafai, militante del battaglione di Khan Younis Est delle Brigate al-Qassam. Secondo le Forze di difesa israeliane, Shafai partecipò all’assalto contro il kibbutz Nirim il 7 ottobre 2023 e prese parte al rapimento del comandante della Brigata meridionale della Divisione Gaza, il colonnello Asaf Hamami, e di due militari del suo posto di comando, il sergente maggiore Tomer Achimas e il sergente Kirill Brodski, tutti caduti durante la difesa del kibbutz.
L’operazione è stata resa possibile, secondo l’esercito israeliano, grazie a un lungo lavoro di intelligence condotto dal Centro di fuoco della Divisione Gaza (143). I militari coinvolti hanno definito l’uccisione di Shafai una “chiusura del cerchio”, spiegando che il terrorista aveva continuato anche negli ultimi mesi a pianificare attività ostili contro le forze israeliane nella Striscia. Per i commilitoni di Hamami il raid assume anche un forte valore simbolico. Il maggiore della riserva Yehonatan Lelazar, che fu comandante del posto di comando del colonnello, ha ricordato come per mesi i soldati abbiano cercato il loro comandante durante i combattimenti a Khan Younis. “Dopo quasi tre anni il cerchio si chiude davvero”, ha dichiarato, descrivendo Hamami come uno dei comandanti più stimati della Brigata Givati.
L’obiettivo dichiarato dalle autorità israeliane è chiaro. Grazie all’enorme quantità di immagini, video e materiale raccolto durante e dopo l’attacco, i servizi di sicurezza hanno costruito un archivio dettagliato dei terroristi entrati in territorio israeliano. Le identificazioni sono state effettuate anche attraverso sistemi di riconoscimento facciale e analisi d’intelligence, consentendo di attribuire responsabilità individuali a migliaia di partecipanti al massacro.
Secondo le informazioni raccolte dal quotidiano israeliano, circa 1.200 terroristi furono uccisi già il 7 ottobre durante gli scontri con l’esercito e le forze di sicurezza. Nei quasi tre anni successivi altri 1.500 sarebbero stati eliminati nelle operazioni militari condotte nella Striscia. A questi si aggiungono circa 300 persone catturate vive da Israele, che in futuro dovranno essere processate davanti a tribunali militari speciali la cui istituzione è ancora in fase di definizione.
Dietro questa campagna opera la cosiddetta Unità Nili, costituita subito dopo il 7 ottobre e composta da personale dello Shin Bet e dell’intelligence militare. Il nome richiama la storica rete di spionaggio ebraica attiva durante la Prima guerra mondiale. La sua missione consiste nell’identificare, localizzare e seguire nel tempo ogni persona coinvolta negli attacchi del 2023, indipendentemente dal tempo necessario per raggiungerla.
L’approccio ricorda, almeno nelle intenzioni, la lunga operazione avviata da Israele dopo il massacro delle Olimpiadi di Monaco del 1972. Più volte esponenti dell’apparato di sicurezza hanno richiamato quel precedente storico, sottolineando la volontà di perseguire i responsabili anche a distanza di anni.
Tra i casi più recenti figura anche quello di Talal Jaber Mohammad Abd al-Aal, comandante della Jihad islamica palestinese che, secondo l’esercito israeliano, partecipò al massacro del 7 ottobre e tenne prigioniero l’ostaggio Rom Braslavski durante la sua detenzione a Gaza. L’uomo è stato eliminato alla fine di giugno. Braslavski, liberato dopo due anni di prigionia, ha raccontato di aver ricevuto personalmente la telefonata con cui un ufficiale dell’esercito gli comunicava l’avvenuta operazione.
L’elenco si è ulteriormente allungato con l’eliminazione di Anas Mahmoud Hamdan, 34 anni, comandante del sistema di propaganda della Brigata Khan Younis delle Brigate al-Qassam e comandante di compagnia di Hamas. Hamdan è stato ucciso in un attacco aereo mirato contro un veicolo nel nord di Khan Younis. Secondo l’esercito israeliano e lo Shin Bet, era uno dei più stretti collaboratori dei comandanti militari Mohammed Deif e Rafaa Salameh e rappresentava una figura centrale dell’apparato militare dell’organizzazione.
Oltre a dirigere la macchina propagandistica della Brigata Khan Younis, Hamdan era direttamente coinvolto nella detenzione degli ostaggi israeliani. Le autorità israeliane gli attribuiscono un ruolo nella custodia di diversi sequestrati, compreso Avera Mengistu, tenuto prigioniero a Gaza già prima della guerra, e nella documentazione video dei cosiddetti “cerimoniali” organizzati da Hamas durante il rilascio degli ostaggi. Secondo fonti palestinesi vicine all’organizzazione, fu lui a dirigere anche la messa in scena della liberazione di Yarden Bibas e Ofer Calderon, trasformata da Hamas in un evento di propaganda destinato ai media internazionali.
Secondo Tsahal e Shin Bet, negli ultimi mesi Hamdan si occupava inoltre dell’addestramento di nuovi terroristi e stava cercando di promuovere nuovi piani d’attacco contro le forze israeliane e i civili. Nel comunicato congiunto diffuso dopo il raid, le due organizzazioni hanno definito la sua eliminazione “una chiusura del cerchio morale e operativa” nei confronti di un uomo che aveva preso parte alla pianificazione, alla protezione dei vertici di Hamas responsabili del massacro del 7 ottobre e alla gestione della propaganda costruita attorno agli ostaggi.
Il proseguimento di questi raid durante la tregua viene giustificato da Israele sostenendo che gli obiettivi rappresentavano una minaccia operativa immediata oppure erano impegnati nella ricostruzione delle infrastrutture militari di Hamas. Una motivazione ritenuta necessaria per rispettare le condizioni dell’accordo mediato dagli Stati Uniti.
Secondo le stime dell’intelligence israeliana, resterebbero comunque oltre duemila partecipanti al massacro ancora vivi nella Striscia. È su di loro che continuerà a concentrarsi l’attività dell’Unità Nili. Il ministro della Difesa Israel Katz, dopo l’eliminazione del comandante di Hamas Mohammed Odeh, ha ribadito la linea del governo affermando che Israele manterrà l’impegno di “eliminare tutti coloro che hanno guidato il massacro del 7 ottobre”.
A quasi tre anni dall’attacco che provocò circa 1.200 morti e il rapimento di 251 persone, la campagna israeliana contro gli autori del 7 ottobre continua dunque ad allargarsi, colpendo non soltanto i combattenti che parteciparono all’assalto, ma anche coloro che gestirono la detenzione degli ostaggi e alimentarono la macchina propagandistica di Hamas. La caccia ai responsabili resta una delle priorità assolute dell’apparato di sicurezza israeliano ed è destinata a proseguire ben oltre la conclusione delle operazioni militari su larga scala nella Striscia di Gaza.