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Africa nel mirino di Erdogan

Ankara estende la propria influenza tra basi militari, accordi economici e diplomazia mentre Israele è chiamato a ripensare la propria strategia nel continente africano

Alessandro Carmi

Tempo di Lettura: 4 min
Africa nel mirino di Erdogan

Mentre il dibattito internazionale continua a concentrarsi sulle guerre in Medio Oriente, la Turchia sta costruendo con pazienza un’infrastruttura di potere destinata a ridisegnare gli equilibri anche in Africa. Il progetto perseguito dal presidente Recep Tayyip Erdoğan non si limita più al Mediterraneo orientale o alla Siria, ma investe il Corno d’Africa, il Sahel e il Nord Africa attraverso una combinazione di presenza militare, investimenti economici e iniziative diplomatiche che confermano l’ambizione di Ankara di trasformarsi in una potenza regionale con una crescente proiezione globale.

Negli ultimi vent’anni la politica estera turca ha progressivamente spostato il proprio baricentro verso il continente africano. La svolta arrivò nel 2005, proclamato da Ankara “Anno dell’Africa”, seguito da un’intensa attività diplomatica che ha moltiplicato il numero delle ambasciate turche, favorito l’espansione della compagnia di bandiera Turkish Airlines e rafforzato i rapporti con l’Unione Africana, che ha riconosciuto alla Turchia lo status di partner strategico.

Il punto di svolta più significativo risale però al 2011, quando Erdoğan visitò Mogadiscio durante una delle fasi più difficili della Somalia. Da allora il coinvolgimento turco è cresciuto in maniera costante fino a trasformare il Paese nel principale laboratorio della politica africana di Ankara. Oggi la Turchia gestisce nella capitale somala la più grande base militare che possiede all’estero, addestra migliaia di soldati locali, partecipa alle operazioni contro i gruppi jihadisti e investe nelle infrastrutture civili, nei porti, negli aeroporti e nelle risorse energetiche.

L’interesse strategico è evidente. La Somalia occupa una posizione cruciale lungo le rotte commerciali che collegano il Mar Rosso e il Golfo di Aden all’Oceano Indiano. Controllare una presenza stabile in quest’area significa acquisire un ruolo di primo piano in uno dei corridoi marittimi più importanti del commercio mondiale, proprio mentre la sicurezza della navigazione è messa alla prova dagli attacchi degli Houthi nello Yemen e dall’instabilità dell’intera regione.

La presenza turca si fonda su due strumenti complementari. Da una parte vi è il cosiddetto potere duro, rappresentato da basi militari, cooperazione nella sicurezza, vendita di armamenti e crescente esportazione dei droni Bayraktar, diventati uno dei simboli dell’industria della difesa turca. Dall’altra Ankara utilizza il potere morbido, finanziando scuole, moschee, programmi culturali, attività umanitarie e collegamenti aerei che consolidano rapporti politici destinati a durare nel tempo.

Questa strategia beneficia anche del progressivo ridimensionamento dell’influenza francese in diversi Paesi africani e della minore presenza americana rispetto al passato. Il vuoto lasciato dalle potenze occidentali viene riempito da nuovi protagonisti, tra cui la Turchia, che riesce a presentarsi come un interlocutore meno legato alle tradizionali logiche coloniali.

Per Israele il fenomeno assume un’importanza crescente. Negli ultimi anni Gerusalemme ha cercato di rafforzare i rapporti con numerosi Paesi africani facendo leva sulle proprie competenze tecnologiche nei settori dell’agricoltura, della gestione delle risorse idriche, della sanità e dell’innovazione. Tuttavia l’espansione turca rischia di modificare gli equilibri diplomatici in un continente che rappresenta un terreno decisivo anche nelle organizzazioni internazionali.

Particolare attenzione viene riservata al Corno d’Africa, dove si intrecciano gli interessi di Israele, della Turchia, dei Paesi del Golfo e delle grandi potenze. In questo contesto assumono rilievo anche i rapporti che Israele sta sviluppando con il Somaliland, considerato da molti analisti un possibile partner strategico per rafforzare la sicurezza del Mar Rosso e contenere le minacce provenienti dagli Houthi e dalle organizzazioni jihadiste presenti nell’area.

La competizione fra Gerusalemme e Ankara non è destinata a tradursi in uno scontro diretto, ma riflette due diverse visioni della regione e del ruolo che ciascun Paese intende esercitare nel continente africano. Per Israele la sfida consiste nel trasformare le proprie capacità tecnologiche e la rete costruita grazie agli Accordi di Abramo in una presenza più incisiva e duratura. Per Erdoğan, invece, l’Africa rappresenta uno dei pilastri attraverso cui consolidare il peso internazionale della Turchia in una fase di profonda trasformazione degli equilibri geopolitici mondiali.