Quando il nome di Mahmoud Ahmadinejad compare come possibile uomo della transizione in un progetto sostenuto da Israele e Stati Uniti, la prima reazione è l’incredulità. Eppure è proprio questo il cuore delle sorprendenti dichiarazioni rilasciate dall’ex capo dell’intelligence militare israeliana Tamir Heyman, secondo il quale Washington e Gerusalemme avrebbero preso in considerazione l’ex presidente iraniano nell’ambito di un più ampio piano destinato a provocare un cambiamento di regime nella Repubblica islamica. Un piano che, sempre secondo Heyman, non vide mai la luce perché Recep Tayyip Erdogan riuscì a convincere Donald Trump a fermarlo.
Le affermazioni dell’ex generale, riportate da Ynet e attribuite a un’intervista concessa all’emittente americana PBS, offrono uno sguardo insolito sui retroscena della competizione strategica che negli ultimi anni ha coinvolto Iran, Israele, Stati Uniti e Turchia. Al centro della vicenda si trova una domanda che continua a suscitare perplessità: perché proprio Ahmadinejad?
Per gran parte dell’opinione pubblica occidentale, Ahmadinejad resta il presidente iraniano che tra il 2005 e il 2013 fece della provocazione anti-israeliana uno strumento politico permanente. Fu lui a ospitare conferenze dedicate alla negazione della Shoah, a definire Israele un’entità destinata a scomparire e a costruire gran parte della propria immagine internazionale attraverso un linguaggio aggressivo verso lo Stato ebraico. Pensare che Israele potesse considerarlo parte di un progetto di successione appare quindi paradossale.
Secondo Heyman, tuttavia, il piano non riguardava la simpatia ideologica verso Ahmadinejad, bensì una complessa sequenza di operazioni destinate a destabilizzare l’attuale leadership iraniana. L’ex responsabile dell’intelligence ha parlato di una serie di iniziative speciali, alcune delle quali non sarebbero ancora state rese pubbliche. Ahmadinejad avrebbe rappresentato uno degli elementi di questo mosaico.
Il passaggio più interessante riguarda il ruolo attribuito alla Turchia. Heyman sostiene che il progetto avrebbe dovuto iniziare con un’operazione collegata alla questione curda. Erdogan, preoccupato dall’ipotesi che un rafforzamento dei curdi potesse incoraggiare aspirazioni autonomiste all’interno della stessa Turchia, avrebbe esercitato forti pressioni su Trump. Il presidente americano, convinto che l’iniziativa fosse contraria agli interessi strategici di Ankara, avrebbe quindi deciso di interrompere l’intera operazione.
La ricostruzione mette ancora una volta in evidenza la capacità del leader turco di influenzare alcune delle decisioni più delicate della politica estera americana. Negli anni della prima amministrazione Trump, il rapporto personale tra i due presidenti si dimostrò spesso determinante su dossier che andavano ben oltre il Medio Oriente.
Le dichiarazioni di Heyman contengono anche un altro elemento destinato a far discutere. L’ex generale respinge infatti l’idea che Israele abbia trascinato gli Stati Uniti verso un confronto diretto con l’Iran. Al contrario, racconta che Gerusalemme sarebbe stata colta di sorpresa dall’improvvisa disponibilità di Trump ad assumere una linea molto più aggressiva.
Secondo il suo racconto, l’atteggiamento del presidente americano sarebbe stato influenzato dal successo ottenuto in Venezuela contro il regime di Nicolás Maduro. Quel risultato avrebbe rafforzato la convinzione di poter incidere anche sugli equilibri interni iraniani, spingendo la Casa Bianca verso scelte che gli stessi israeliani non si aspettavano.
È difficile verificare ogni dettaglio di una vicenda che, per sua natura, appartiene al mondo delle operazioni coperte e delle valutazioni strategiche. Resta però significativo che una figura come Tamir Heyman, che ha guidato l’intelligence militare israeliana ed è oggi uno degli analisti più ascoltati nel dibattito sulla sicurezza nazionale, abbia deciso di parlare pubblicamente di questi retroscena.
Le sue parole mostrano quanto siano complesse le dinamiche che si muovono dietro le grandi crisi internazionali. Le alleanze cambiano forma, gli avversari possono diventare strumenti tattici e i leader regionali riescono talvolta a bloccare progetti elaborati dalle maggiori potenze mondiali. In questo quadro, la figura di Erdogan emerge ancora una volta come quella di un protagonista capace di pesare sugli equilibri del Medio Oriente ben oltre i confini della Turchia, mentre il nome di Ahmadinejad continua a evocare una stagione della politica iraniana che, a quanto pare, qualcuno aveva immaginato di utilizzare anche per costruire il dopo-regime.
Pesach, la memoria che libera: l’Esodo non è passato ma presente

