La recente decisione del 27 maggio del leader sciita iracheno Muqtada al-Sadr di sciogliere le Brigate della Pace (Saraya al-Salam), ordinando che i suoi combattenti vengano assorbiti dalle istituzioni statali e posti sotto il controllo esclusivo del governo, segna un cambiamento sostanziale destinato a modificare gli equilibri politici e militari dell’Iraq e, insieme, a ridimensionare uno dei principali strumenti di influenza regionale del regime degli ayatollah.
È la prima volta che un leader sciita di primo piano rinuncia spontaneamente alla propria milizia per trasferirla sotto l’autorità dello Stato, una decisione che assume un significato tutt’altro che banale nel contesto della lunga competizione tra Baghdad e Teheran. Negli ultimi anni l’Iran ha consolidato la propria influenza in Iraq sostenendo numerose milizie sciite confluite nelle Forze di Mobilitazione Popolare, una struttura formalmente statale ma al cui interno operano gruppi che mantengono una forte autonomia politica e militare. Alcune di queste organizzazioni hanno più volte dimostrato di rispondere agli interessi iraniani prima che a quelli del governo iracheno.
Dalla caduta di Saddam Hussein nel 2003, nessun governo iracheno è riuscito a ricostruire pienamente il monopolio statale delle armi. Il vuoto lasciato dal vecchio regime è stato progressivamente riempito da milizie, partiti armati e gruppi sostenuti da potenze straniere, in primo luogo dall’Iran. Per questo la decisione di Muqtada al-Sadr rappresenta il tentativo più serio degli ultimi anni di invertire una tendenza che dura da oltre due decenni. Pur avendo avuto rapporti con Teheran, al-Sadr si è sempre distinto per una visione nazionalista dell’Iraq e per la sua opposizione a una completa subordinazione di Baghdad ai vicini ayatollah. La scelta invia un messaggio politico inequivoco: il monopolio della forza deve tornare nelle mani dello Stato.
Muqtada al-Sadr, nato a Najaf nel 1974, è una delle figure più influenti della politica irachena e gode di un vasto consenso nelle aree sciite del Paese. La sua milizia Saraya al-Salam era stata costituita nel 2014 per contrastare l’avanzata dello Stato Islamico e affonda le proprie radici nell’Esercito del Mahdi, la formazione armata che lo rese uno dei protagonisti dell’Iraq post-Saddam. Secondo le indicazioni diffuse dal suo entourage, il processo di integrazione dei combattenti nelle istituzioni statali dovrebbe concludersi entro il 4 giugno e un comitato congiunto tra governo e movimento sadrista è già al lavoro per supervisionare la transizione.
La decisione arriva mentre il nuovo governo guidato dal primo ministro Ali al-Zaidi, insediatosi il 14 maggio, ha stabilito il controllo delle armi come una delle proprie priorità. Al-Zaidi ha accolto con favore l’iniziativa, definendola un passo importante verso la stabilità interna, e ha invitato tutte le fazioni armate a operare esclusivamente sotto l’autorità dello Stato.
Contrastanti, però, le reazioni delle altre milizie. Kataib Sayyid al-Shuhada, gruppo sostenuto dall’Iran, ha infatti respinto l’ipotesi di un disarmo, mentre si è mostrata più cauta un’altra milizia sciita sostenuta dal regime degli ayatollah, Asaib Ahl al-Haq (Lega dei Giusti), che ha dichiarato di sostenere il principio del controllo statale degli armamenti.
La scelta di al-Sadr sembra quindi segnare una modifica profonda degli equilibri interni al campo sciita e rafforzare il governo centrale iracheno. Le milizie filoiraniane conservano però migliaia di combattenti, un forte peso politico ed economico e una presenza capillare nelle istituzioni. Inoltre, l’Iran continua a considerare l’Iraq una componente essenziale della propria strategia regionale e appare difficile che rinunci ai propri strumenti di influenza. La domanda che tutti si pongono è dunque la seguente: siamo all’inizio di una trasformazione reale degli equilibri regionali o il gesto di Muqtada al-Sadr è destinato a rimanere un episodio isolato?

