La campagna Janfada Baraye Iran, espressione persiana che significa “Sacrifica la tua vita per l’Iran”, è un’iniziativa di volontariato militare lanciata nel Paese il 29 marzo 2026. Nelle ultime settimane i media iraniani hanno riferito un ampliamento significativo del progetto: anche gli espatriati potranno ora registrarsi, sia online sia presso gli uffici di rappresentanza culturale iraniani all’estero. Una novità rilevante, perché per la prima volta un’iniziativa di questo tipo viene estesa in modo strutturato alla diaspora.
La campagna, sostenuta direttamente dallo Stato, è nata nelle prime fasi della guerra israelo-americana contro l’Iran, iniziata il 28 febbraio. Le autorità l’hanno presentata come una mobilitazione popolare, una forma di adesione volontaria alla difesa del Paese contro quella che viene definita un’aggressione esterna. Secondo fonti statali iraniane, le adesioni avrebbero già raggiunto numeri molto elevati, con circa trenta milioni di registrazioni sul portale dedicato. Un dato che non è stato verificato in modo indipendente e che resta quindi da considerare con cautela.
Nel frattempo il discorso politico interno si è ulteriormente irrigidito, pur con segnali selettivi rivolti ad alcuni settori della diaspora. Secondo quanto riportato da amwaj.media, il presidente della Corte Suprema, Gholamhossein Mohseni-Ejei, ha recentemente lasciato intendere una possibile apertura nei confronti di alcuni dissidenti in esilio, in particolare di coloro che avrebbero assunto posizioni contro i nemici dell’Iran nel contesto del conflitto in corso. “Ci sono iraniani all’estero che in passato hanno commesso atti illeciti, ma che ora ne sono venuti a conoscenza e l’aggressione del nemico contro la patria ha riacceso il loro fervore”, ha dichiarato il 28 aprile. “La patria è aperta a loro e accogliamo con favore il loro ritorno”.
Il 20 aprile la magistratura iraniana ha confermato il sequestro di beni e conti bancari appartenenti a sessantatré persone, tra cui diverse personalità note all’estero. Tra i nomi citati figurano attrici, cantanti, ex sportivi e volti della televisione e dei social media.
La base giuridica di tali provvedimenti viene ricondotta alle normative iraniane sulla lotta allo spionaggio e alla collaborazione con “organi di stampa ostili” e servizi di intelligence stranieri. Già il 14 aprile il primo vicepresidente della Corte Suprema aveva annunciato l’intenzione di proseguire con i sequestri nei confronti di quelli definiti “elementi mercenari, traditori e sostenitori dell’aggressore”, sottolineando che i procedimenti sarebbero stati accelerati e applicati “con tutta la forza e l’autorità dello Stato”.
Accanto al sequestro dei beni si è aperto anche il dibattito su una misura ancora più radicale: la possibile revoca della cittadinanza per alcuni oppositori in esilio. La regista e attivista per i diritti umani Maryam Ebrahimvand ha dichiarato di aver ricevuto una comunicazione informale da un consolato iraniano che le annunciava la perdita della cittadinanza per ordine giudiziario. Secondo la sua testimonianza non le sarebbe stato fornito alcun documento ufficiale, né indicazioni sulle basi legali del provvedimento, né la possibilità di ricorso. Ha inoltre denunciato la mancata restituzione dei documenti d’identità consegnati per il rinnovo del passaporto.
Diversi avvocati iraniani hanno richiamato l’articolo 41 della Costituzione, secondo cui lo Stato può revocare la cittadinanza a chi abbia acquisito una nazionalità straniera e abbia mantenuto comportamenti ostili nei confronti dell’Iran, anche attraverso presunti legami con governi considerati nemici come Stati Uniti o Israele. Si tratta di un potere discrezionale e non di un obbligo generalizzato, che non dovrebbe essere applicato automaticamente ai cittadini con doppia cittadinanza che continuano a mantenere rapporti con il Paese.
Ciò che emerge nel contesto successivo all’escalation militare con Israele e Stati Uniti è un quadro giuridico sempre più fluido, in cui strumenti legali e interpretazioni costituzionali si sovrappongono a logiche emergenziali. L’uso estensivo dei sequestri patrimoniali e la possibile estensione della revoca della cittadinanza rischiano di trasformarsi in strumenti di controllo politico e finanziario in tempo di guerra, più che in semplici misure di sicurezza.