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Iran, la stampa del regime legge l’accordo attraverso Hormuz e l’energia

Due articoli pubblicati dal quotidiano conservatore Javan mostrano come Teheran interpreti il proprio ruolo strategico tra Shanghai Cooperation Organization, mercati energetici e controllo delle principali rotte mondiali del petrolio

Costantino Pistilli

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Iran, la stampa del regime legge l’accordo attraverso Hormuz e l’energia

Il giornale conservatore iraniano Javan ha pubblicato recentemente due articoli che, letti insieme, restituiscono una lettura precisa della strategia economica e geopolitica attribuita a Teheran.

Il primo riguarda il piano presentato dall’Iran alla sesta riunione dei ministri dell’energia della Shanghai Cooperation Organization. Al centro vi è la proposta di creare un sistema stabile di scambio energetico regionale fondato sul collegamento delle reti elettriche dei Paesi membri e sulla costruzione di un meccanismo condiviso per la gestione della domanda e la regolazione del mercato energetico.

Il progetto si inserisce nel processo di evoluzione dell’organizzazione, nata come struttura dedicata alla sicurezza e ampliata progressivamente alle dimensioni economica ed energetica. L’impianto di fondo appare chiaro. La cooperazione energetica viene considerata una necessità strategica direttamente collegata alla sicurezza degli approvvigionamenti, allo sviluppo sostenibile e alla crescita economica.

Questo schema riunisce due poli complementari. Da una parte vi sono i grandi produttori, in particolare Iran e Russia, che concentrano una quota rilevante delle riserve mondiali di petrolio e gas. Dall’altra si trovano i grandi consumatori, soprattutto Cina e India, che rappresentano una porzione decisiva della domanda energetica globale. L’incontro tra queste due realtà viene presentato come la base di un mercato energetico interno potenzialmente capace di incidere sugli equilibri mondiali.

Su questa struttura si innesta il lavoro tecnico e politico già avviato attraverso un documento strategico per lo sviluppo della cooperazione energetica fino al 2030, articolato su più livelli e sottoscritto dagli Stati membri. Nel testo vengono richiamati principi di indipendenza energetica e di rifiuto delle pressioni esterne e delle misure unilaterali, con particolare riferimento alle sanzioni che colpiscono il settore energetico.

In questo contesto, la rete elettrica iraniana viene descritta come uno degli elementi centrali del sistema regionale, già interconnessa con numerosi Paesi confinanti, dotata di una capacità produttiva elevata e di un ruolo tecnico avanzato nella generazione e nella distribuzione dell’energia. Viene citata una capacità installata superiore agli 88.000 megawatt e una presenza significativa nelle interconnessioni già operative.

Da questa base deriva la seconda proposta, quella della creazione di un consorzio energetico della SCO e del collegamento diretto delle reti elettriche dei Paesi membri. L’Iran presenta l’iniziativa come uno strumento operativo capace di trasformare la cooperazione in una struttura stabile fondata su infrastrutture condivise, investimenti comuni, riduzione dei costi e gestione congiunta dei rischi nei grandi progetti energetici. La cooperazione energetica viene così descritta come un fattore di stabilità dei mercati globali e come uno degli elementi funzionali alla costruzione di un ordine internazionale più multipolare.

La seconda notizia parte invece dallo Stretto di Hormuz e lo utilizza come chiave di lettura dell’intera crisi. L’idea di fondo è che la prosecuzione del conflitto avrebbe avuto costi enormi e conseguenze potenzialmente destabilizzanti per l’economia globale, a partire da quella americana.

L’articolo si apre infatti con una frase attribuita a Donald Trump, trasformata direttamente in titolo: «Se non avessi fermato la guerra con l’Iran saremmo rimasti senza petrolio». Non si tratta però di una citazione verificabile nei suoi interventi ufficiali, bensì di una rielaborazione giornalistica che sintetizza e semplifica la capacità del regime iraniano di ricattare il mondo attraverso lo Stretto di Hormuz, rafforzando così la tesi del pezzo. È un po’ come scrivere: «I mullah hanno accettato l’accordo proposto da Trump fondamentalmente perché gli ha fatto pena».



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