L’esordio dell’Iran ai Mondiali del 2026 ha rischiato di trasformarsi in qualcosa di molto diverso da una festa sportiva. Mentre la nazionale si preparava ad affrontare la Nuova Zelanda nella prima partita del girone, attorno alla squadra si è accumulata una quantità di tensioni politiche, simboliche e logistiche che non ha precedenti nella storia recente del calcio internazionale. La selezione iraniana è arrivata infatti negli Stati Uniti senza poter soggiornare stabilmente nel Paese che ospita il torneo, costretta a prepararsi oltre confine, sotto rigide misure di sicurezza, e consapevole che sugli spalti avrebbe potuto trovare soprattutto fischi.
Quando la FIFA assegnò a Los Angeles la prima partita dell’Iran, molti immaginarono uno stadio pieno di sostenitori. Nell’area metropolitana vive infatti una delle più grandi comunità iraniane al mondo fuori dall’Iran, una presenza così radicata da aver fatto nascere il soprannome informale di “Tehrangeles”. L’aspettativa era semplice: decine di migliaia di persone di origine iraniana avrebbero sostenuto la propria nazionale. La realtà si è rivelata molto più complessa.
Gran parte della diaspora iraniana della California è composta da famiglie che lasciarono il Paese dopo la rivoluzione islamica del 1979 o negli anni successivi. Molti di quei cittadini e dei loro figli continuano a sentirsi profondamente legati alla cultura persiana, ma rifiutano ogni identificazione con la Repubblica islamica. Negli ultimi anni, soprattutto dopo la morte di Mahsa Amini nel settembre 2022 e la brutale repressione delle proteste del movimento “Donna, Vita, Libertà”, la distanza emotiva e politica tra il regime e gli iraniani all’estero si è ulteriormente allargata.
Per questo motivo la nazionale si trova in una posizione delicata. I giocatori rappresentano formalmente il Paese, ma per una parte consistente della diaspora finiscono inevitabilmente per essere associati al potere che governa Teheran. Nelle manifestazioni organizzate negli ultimi mesi a Los Angeles sono riapparsi spesso i simboli dell’Iran pre-rivoluzionario, in particolare la storica bandiera con il Leone e il Sole, mentre numerosi esponenti dell’opposizione in esilio hanno ribadito che la squadra nazionale viene utilizzata dal regime come strumento di prestigio internazionale.
Le difficoltà non si limitano al clima politico. A causa delle restrizioni introdotte dall’amministrazione americana nei confronti dei cittadini iraniani, la federazione calcistica di Teheran ha dovuto rinunciare al progetto iniziale di allestire il proprio ritiro in Arizona. La squadra si è quindi trasferita a Tijuana, nel nord del Messico, dove si allena in condizioni di sicurezza eccezionali. Gli orari delle sedute vengono tenuti riservati, l’accesso alle informazioni è rigidamente controllato e gli spostamenti sono sottoposti a una sorveglianza continua.
Anche gli ingressi negli Stati Uniti sono stati limitati. Secondo diverse ricostruzioni pubblicate dai media americani e israeliani, i giocatori e lo staff tecnico possono entrare nel Paese esclusivamente per disputare le partite ufficiali e devono poi fare ritorno immediatamente in Messico. Una situazione che nessun’altra nazionale qualificata è costretta ad affrontare e che inevitabilmente incide sulla preparazione del torneo.
Il quadro si è ulteriormente complicato con l’esclusione di Sardar Azmoun, per anni uno dei volti più popolari del calcio iraniano. Azmoun aveva già avuto attriti con le autorità durante le proteste del 2022, quando aveva espresso pubblicamente solidarietà alle donne iraniane. La sua estromissione dalla selezione, maturata dopo nuove polemiche legate alla sua attività sui social network, è stata interpretata da molti osservatori come un ulteriore segnale del controllo politico che continua a gravare sullo sport del Paese.
In questo scenario la partita contro la Nuova Zelanda ha assunto un significato che va ben oltre il risultato. I calciatori hanno cercato di concentrarsi sul campo, ricordando che il calcio resta una delle passioni più profonde della società iraniana. Attorno a loro, però, si muove una storia molto più grande, fatta di esilio, dissenso, identità e conflitti irrisolti. Mentre la FIFA continua a difendere la separazione tra sport e politica, gli spalti di Los Angeles sembrano destinati a raccontare l’esatto contrario.
Per l’Iran questo Mondiale rappresenta quindi una sfida doppia. Da una parte c’è il tentativo di superare finalmente la fase a gironi, traguardo mai raggiunto nella storia della nazionale. Dall’altra c’è il confronto con una diaspora che parla la stessa lingua dei giocatori, condivide le stesse radici culturali e allo stesso tempo considera il simbolo stampato sulle loro maglie come l’emblema di un potere che ha spezzato il rapporto con una parte del proprio popolo. In pochi altri casi, nella storia recente dei Mondiali, una squadra è arrivata al torneo portandosi addosso un peso politico così evidente.

