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Il fondo islamico da 195 milioni, allarme sui Fratelli Musulmani negli Usa

Il caso Iman Fund riporta l’attenzione sui legami finanziari tra fondi halal, NAIT e vecchie reti indicate nei documenti del 1991

Alessandro Carmi

Tempo di Lettura: 4 min
Il fondo islamico da 195 milioni, allarme sui Fratelli Musulmani negli Usa

Un fondo da 195 milioni di dollari, acquistabile attraverso normali piattaforme finanziarie americane, è finito al centro di una nuova attenzione politica e giornalistica negli Stati Uniti perché dietro la sua architettura societaria compare il North American Islamic Trust, cioè una delle organizzazioni citate nel memorandum del 1991 attribuito ai Fratelli Musulmani in America. La vicenda dell’Iman Fund racconta quanto il confine tra finanza religiosa, attivismo islamista e influenza istituzionale possa diventare sottile quando strutture nate decenni fa continuano a muoversi dentro circuiti economici rispettabili, regolati e apparentemente ordinari.

Secondo il prospetto statutario dell’Iman Fund del 30 settembre 2025, NAIT controlla Allied Asset Advisors, consulente d’investimento del fondo, e al 31 agosto 2025 risultava proprietario del 50,11 per cento delle quote in circolazione. Lo stesso documento indica che NAIT intende esercitare i propri diritti di voto sulle questioni sottoposte agli azionisti, con un peso quindi decisivo sulla vita del fondo.

Il punto politico nasce da qui. NAIT figura nel famoso memorandum del 1991 sequestrato nel 2004 durante un’indagine federale in Virginia, documento nel quale venivano elencate organizzazioni considerate parte dell’area di influenza dei Fratelli Musulmani negli Stati Uniti. Quel testo parlava di una strategia di insediamento in Nord America e indicava anche la necessità di costruire strutture economiche, fondi, dotazioni religiose e strumenti d’investimento capaci di dare stabilità alla presenza islamista nel continente.
L’Iman Fund viene presentato da Allied Asset Advisors come un fondo conforme ai principi della finanza islamica, con investimenti selezionati secondo criteri religiosi e patrimoniali. Sul sito ufficiale della società, Allied Asset Advisors rivendica oltre venticinque anni di attività nel settore degli investimenti halal per musulmani americani. Nulla di illegale in sé, naturalmente. Il problema nasce dal sistema di relazioni, incarichi, appartenenze e sovrapposizioni che ruota attorno al fondo.

Alla guida dell’Iman Fund compare Bassam Osman, chairman e portfolio manager, presentato da Allied Asset Advisors come una figura attiva nella finanza islamica dagli anni Ottanta. Il quadro indicato dall’inchiesta di Jewish Onliner aggiunge un livello più delicato, perché nella rete del fondo vengono richiamati nomi collegati a ISNA, NAIT, Islamic Circle of North America e ad altre realtà già citate nel memorandum del 1991.

L’elemento più insidioso, per il dibattito pubblico americano, riguarda la normalizzazione. Un fondo d’investimento può apparire come uno strumento neutro, tecnico, perfino noioso. Compra azioni, pubblica prospetti, si muove sotto vigilanza, dialoga con broker e risparmiatori. Proprio questa rispettabilità finanziaria rende però più urgente la domanda su chi controlli realmente certe strutture, quali ambienti ne traggano prestigio e quali circuiti ideologici possano beneficiare di relazioni costruite nel tempo.

Il caso arriva mentre negli Stati Uniti è tornata a crescere l’attenzione politica sulle reti riconducibili ai Fratelli Musulmani e sui loro possibili terminali occidentali. La richiesta del deputato democratico Josh Gottheimer al dipartimento di Giustizia, nell’aprile 2025, di indagare su sponsor e relatori di una conferenza del Palestinian American Community Center nel New Jersey, ha mostrato quanto il tema sia ormai uscito dai dossier specialistici per entrare nel confronto pubblico.

La questione dell’Iman Fund, quindi, riguarda assai più di un singolo prodotto finanziario. Tocca il modo in cui le democrazie liberali guardano alle infrastrutture dell’islamismo politico quando queste usano il linguaggio della filantropia, dell’investimento etico, della rappresentanza comunitaria e della tutela religiosa. Un conto è difendere la libertà di culto e la piena cittadinanza dei musulmani americani, che restano principi irrinunciabili. Altro conto è chiudere gli occhi davanti a reti che, secondo documenti storici e atti pubblici, hanno cercato di costruire influenza attraverso associazioni, moschee, fondazioni e strumenti economici.

Il punto, alla fine, è molto semplice e molto scomodo. Quando un’organizzazione citata in vecchi documenti dei Fratelli Musulmani controlla il consulente di un fondo da 195 milioni di dollari e risulta azionista di maggioranza del fondo stesso, la domanda pubblica diventa inevitabile. Chi investe deve sapere dove finiscono peso, influenza e legittimazione. E chi governa deve decidere se continuare a trattare queste strutture come semplici presenze comunitarie oppure guardarle per ciò che possono diventare, cioè strumenti sofisticati di penetrazione politica dentro il cuore tranquillo della finanza occidentale.