Sono passati mille giorni dal 7 ottobre 2023. Mille giorni da quando, in poche ore, si è consumato il più grande massacro di ebrei dopo la Shoah: il male assoluto è tornato a mostrare il suo volto, e con esso qualcosa che, forse ingenuamente, credevamo confinato nelle pagine più nere del Novecento.
E, come in quelle pagine, nel mondo si è scatenata un’ondata di odio antiebraico: non nata come reazione alla guerra di Gaza, ma divampata prima all’indomani del massacro, quando nessun soldato israeliano era ancora entrato nella Striscia. Mentre le piazze non si erano ancora accese, già partivano sui social le campagne d’odio; e quando, di lì a poco, persino il Segretario generale dell’ONU, António Guterres, ricordava che gli attacchi di Hamas «non sono avvenuti nel vuoto», la strada per trasformare le vittime in imputati era ormai tracciata. La risposta militare israeliana, con il suo terribile costo di vite civili, ne è stata semmai l’amplificatore mediatico, non la causa.
«Nuovo», lo chiamiamo, questo antisemitismo. In verità è antichissimo: è il virus che muta, che a ogni epoca cambia lingua e maschera.A questo si aggiungono, come sempre nella storia, il conformismo e l’ignoranza, della storia soprattutto. Non serve odiare per fare il male: bastano la pigrizia di chi ripete gli slogan della piazza e la confusione di chi non sa più distinguere un popolo da un governo, una critica legittima dalla negazione del diritto stesso a esistere, un cittadino italiano di fede o di origine ebraica dalle scelte del governo israeliano. Pretendere da una minoranza il rituale della discolpa è il meccanismo alla base di tutte le discriminazioni.
Tutto questo ha avuto il suo culmine proprio il 25 aprile. A Milano, città Medaglia d’Oro della Resistenza, nell’81° anniversario della Liberazione, lo spezzone della Brigata Ebraica e di altre associazioni ebraiche ha dovuto lasciare il corteo scortato dalla polizia, sotto insulti nazisti. Cittadini italiani cacciati dalla piazza della Liberazione perché ebrei.
La violazione aperta dell’articolo 3 della Costituzione, la pari dignità di tutti i cittadini «senza distinzione di religione, di razza», accade nel luogo e nel giorno che quella Costituzione ha reso possibile. La Liberazione generò la Repubblica, la Repubblica la Carta che ripudiava le leggi razziali: violare l’articolo 3 nella Festa della Liberazione, contro gli ebrei, significa tradire due volte i nostri liberatori — tra cui i cinquemila della Brigata Ebraica, i partigiani e gli antifascisti ebrei.
Da qui dobbiamo ripartire: dallo spirito del CLN. La piazza del 25 aprile è la piazza del Corpo Volontari della Libertà, di tutte le componenti dell’antifascismo, e nessuno oggi può arrogarsi il diritto di decidere chi c’è e chi non c’è, men che meno sulla base di discriminazioni.
Mille giorni dopo il 7 ottobre, difendere la memoria di quel giorno e difendere il 25 aprile sono la stessa cosa. Perché portano lo stesso nome: giustizia, libertà, diritti e dignità di ogni essere umano.
Luca Aniasi
Presidente nazionale FIAP (Federazione Italiana Associazioni Partigiane)

