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I mille giorni che hanno cambiato Israele

A mille giorni dal 7 ottobre, un’analisi delle trasformazioni di Israele: il trauma collettivo, la guerra, la società, la politica e la profonda frattura con l’opinione pubblica europea

Daniel Bettini

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I mille giorni che hanno cambiato Israele

Oggi, giovedì 2 luglio, Israele segnerà il traguardo dei mille giorni da quel 7 ottobre, quel giorno maledetto che ha cambiato per sempre il Paese e la società israeliana. Mille giorni che hanno trascinato il popolo d’Israele in un vortice dal quale, per noi israeliani, in ogni parte della società, è ancora difficile uscire per ritrovare la normalità, la quotidianità e quella serenità tanto desiderata.

Nonostante gli sforzi per mostrare normalità e per ricostruire una vita quotidiana, Israele è ancora profondamente immerso nel trauma. Gli israeliani sono noti e apprezzati per la loro capacità di rialzarsi rapidamente dopo le tragedie, dopo le distruzioni, e di andare avanti con tutta la loro forza, a testa alta. Anche negli ultimi mille giorni tutto ciò è stato lampante. Non è affatto scontato che, due anni e mezzo dopo gli orrori del 7 ottobre, dopo guerre combattute su sei fronti, missili, sirene d’allarme e una profonda frattura politica e sociale, questo Paese sia ancora in piedi. Colpito e ferito, ma non spezzato.

Questi mille giorni hanno reso ancora più evidenti tanto le qualità quanto i difetti della società israeliana. La fratellanza, la solidarietà, l’aiuto reciproco e il sostegno tra le persone, nonostante tutte le discussioni e le difficoltà, sono motivo di orgoglio. Soprattutto nei primi mesi successivi al 7 ottobre il cuore si riempiva di orgoglio nel vedere il sostegno che tantissimi cittadini, provenienti da ogni angolo del Paese, offrivano a persone che nemmeno conoscevano. Sembrava che, dopo anni di profonde divisioni politiche e sociali, avremmo potuto uscirne insieme, molto più forti.

C’è poi l’orgoglio per i soldati delle Forze di difesa israeliane. Una generazione giovane che molti consideravano composta da ragazzi viziati cresciuti con TikTok e che invece si è ritrovata a combattere sul campo di battaglia, nelle guerre più lunghe, più complesse e più difficili che lo Stato di Israele abbia affrontato dalla sua fondazione. Uno spirito di sacrificio senza limiti e un amore autentico per il popolo e per la patria.
Centinaia di migliaia di riservisti non hanno visto la propria casa per centinaia di giorni consecutivi, lasciandosi alle spalle famiglie angosciate e spesso allo stremo. Una guerra che dura da troppo tempo, una guerra complessa che ha causato la morte di centinaia di soldati, giovani e riservisti, lasciando famiglie distrutte. Migliaia e decine di migliaia di feriti nel corpo e nell’anima rappresentano una sfida enorme per le istituzioni dello Stato, chiamate nei prossimi anni ad affrontare conseguenze durissime che devono ancora manifestarsi pienamente.

Ma Israele è costretto anche a confrontarsi con domande difficili. Domande sulla gestione della guerra, sulla grande difficoltà, comprensibile, di restare concentrati su noi stessi e di non essere ancora del tutto capaci di comprendere le conseguenze anche per i nostri vicini, di vedere la sofferenza degli altri. Israele è ancora troppo immerso nella propria frattura, nella propria lotta per ricostruirsi. È logico, è giusto, è comprensibile. Tuttavia una parte del processo di guarigione dovrà passare anche dalla capacità di correggere gli errori e di pretendere risposte e cambiamenti dal sistema politico e militare. Bisognerà riconoscere che anche i soldati israeliani, per quanto eroici, hanno commesso degli errori. Le guerre sono qualcosa di terribile e non sono mai pulite.

La fiducia tra il popolo e l’esercito non è stata ancora completamente ristabilita. La crepa apertasi il 7 ottobre e la crisi che ne è seguita sono talmente profonde che servirà ancora tempo prima di ricostruire un rapporto di piena fiducia tra l’esercito e la società.

Ma questi mille giorni rappresentano anche l’enorme frattura e il distacco ormai evidente e quasi totale tra i cittadini e la loro classe dirigente. Chi pensava che la tragedia del 7 ottobre, la guerra per l’esistenza che Israele è stato costretto a combattere e tutte le guerre giuste che il Paese conduce da allora su diversi fronti avrebbero ricostruito la fiducia nel sistema politico, deve purtroppo prendere atto che è accaduto esattamente il contrario. Mai come oggi la distanza tra la politica, il governo e i cittadini è stata così ampia.

Invece di lavorare davvero, come aveva promesso, per ricucire le lacerazioni e le divisioni che negli ultimi anni avevano quasi disgregato la società israeliana, il governo sembra aver interpretato il fatto di essere sopravvissuto politicamente al 7 ottobre e di essere ormai vicino alla conclusione di un’intera legislatura come una giustificazione per continuare ad alimentare le divisioni, approfondendo ancora di più le fratture esistenti.

Molti sostengono che tutti i 120 membri della Knesset dovrebbero lasciare i loro incarichi e che occorra ricostruire tutto da capo. Hanno ragione. Ma la responsabilità ricade anzitutto sul governo. Il potere è nelle sue mani e, secondo moltissimi cittadini – come dimostrano anche i sondaggi – esso non agisce nell’interesse generale, ma si occupa soprattutto di sé stesso, rafforzando le divisioni tra i diversi settori della società.

Dopo il 7 ottobre c’era un forte timore: se questo governo fosse sopravvissuto politicamente, sarebbe tornato a occuparsi della divisione anziché dell’unità. Purtroppo è esattamente ciò che è accaduto. La frattura con il mondo ultraortodosso ha raggiunto livelli senza precedenti; l’odio tra i sostenitori e gli oppositori di Netanyahu non è scomparso; il tentativo di spaventare ancora una volta ampi settori dell’opinione pubblica nei confronti della popolazione araba d’Israele e di sfruttare tutte queste divisioni rischia di trasformare i prossimi mesi di campagna elettorale in un periodo di grande tensione.

La responsabilità ricade tanto sulla coalizione di governo quanto sull’opposizione: entrambe devono fare ogni sforzo per calmare gli animi e impedire che le divisioni si approfondiscano ulteriormente, affinché non ci si ritrovi un giorno, ancora una volta, di fronte a un altro 7 ottobre.

Infine, resta la profonda delusione nei confronti dell’Europa. L’incomprensione quasi totale, diffusa in ampi settori dell’opinione pubblica europea e dei mezzi di informazione, rispetto a ciò che Israele e gli israeliani hanno vissuto, ha provocato una gravissima crisi di fiducia tra gli israeliani.
La mancanza di empatia mostrata da molti europei, l’ostinazione nel leggere ogni avvenimento esclusivamente attraverso il prisma del conflitto israelo-palestinese, l’enorme quantità di fake news che ha invaso l’Europa – in larga misura anche per responsabilità dei media e della copertura distorta, deliberatamente orientata, di molti giornalisti – insieme all’ostilità presente nel mondo accademico, negli ambienti culturali e all’antisemitismo esploso con tutta la sua forza, hanno lasciato un segno profondo.

Lo shock di tanti israeliani, che amano visitare l’Europa e si sentono vicini, per valori e mentalità, agli italiani e ad altri popoli europei, si è scontrato con un muro di indifferenza che non avrei mai creduto possibile. L’ipocrisia e l’arroganza dimostrate da molti europei nei confronti delle sofferenze vissute dagli israeliani, unite alla scarsa consapevolezza e comprensione della complessità sociale e politica del Paese, hanno incrinato, forse per intere generazioni, il legame che c’era.



Daniel Bettini
caporedattore esteri del quotidiano Yedioth Ahronot