Per quasi tre anni una delle accuse più pesanti rivolte a Israele è stata quella di aver preso deliberatamente di mira giornalisti palestinesi nella Striscia di Gaza. Oggi, però, una serie di documenti e necrologi pubblicati dagli stessi Hamas e Jihad islamica palestinese sta costringendo osservatori, organizzazioni internazionali e associazioni per la libertà di stampa a fare i conti con una realtà molto più complessa di quanto fosse stata raccontata.
L’inchiesta pubblicata dal Times of Israel ha esaminato centinaia di annunci funebri diffusi nelle ultime settimane dalle ali militari delle due organizzazioni terroristiche. Da quei documenti emerge che diversi uomini presentati per mesi come giornalisti civili erano in realtà membri operativi di Hamas o della Jihad Islamica Palestinese, alcuni con ruoli di comando, altri inseriti nelle strutture di intelligence, propaganda o supporto militare.
Uno dei casi più significativi riguarda Ahmed Abu Eisha. Quando fu ucciso nel luglio 2025, numerose organizzazioni internazionali lo identificarono come giornalista dell’emittente Palestine Today. Il Committee to Protect Journalists lo inserì nel proprio database dei giornalisti morti durante la guerra. Successivamente, però, la Jihad islamica palestinese lo ha commemorato come comandante e membro della propria “Central Information Unit”, una struttura che appare collegata alle attività informative e di intelligence dell’organizzazione.
Il caso di Abu Eisha non è isolato. Mohammed Nasser Abu Huwaidi era stato presentato come giornalista di Al-Istiqlal e la sua morte aveva provocato perfino una presa di posizione dell’UNESCO. Eppure, nel marzo 2026, la Jihad Islamica lo ha inserito ufficialmente nell’elenco dei propri combattenti caduti, descrivendolo come appartenente alla propria unità di “media militari”.
Situazioni analoghe riguardano Yaqoub Anan al-Bursh, direttore di una radio locale e contemporaneamente membro di un battaglione della Brigata Nord di Hamas, e Maysara Salah, indicato inizialmente come giornalista del Quds News Network e successivamente celebrato da Hamas come appartenente a una delle proprie unità combattenti.
Di fronte a queste nuove informazioni, il Committee to Protect Journalists ha iniziato a rivedere il proprio archivio. Negli ultimi mesi ha rimosso diversi nominativi precedentemente classificati come giornalisti dopo aver concluso che avevano preso parte ad attività militari. Il totale delle vittime inserite nel database è così diminuito in modo significativo.
La questione va oltre il semplice conteggio delle vittime. In una guerra combattuta anche sul terreno dell’informazione, la distinzione tra giornalista e militante armato assume un’importanza decisiva. Le Convenzioni di Ginevra garantiscono una protezione speciale agli operatori dei media perché sono considerati civili. Quando però una persona partecipa direttamente alle ostilità o svolge funzioni operative per un’organizzazione armata, il quadro giuridico cambia radicalmente.
Questo non significa che ogni giornalista ucciso a Gaza fosse un combattente. Significa però che alcune delle statistiche utilizzate per accusare Israele sono state costruite su classificazioni incomplete o errate o del tutto, e volontariamente, false.
L’esercito israeliano sostiene da tempo che una parte degli operatori dei media presenti a Gaza svolgesse contemporaneamente attività per Hamas e per la Jihad islamica. Nel 2024 le Forze di Difesa Israeliane avevano già diffuso documenti che, secondo Israele, dimostravano l’appartenenza di alcuni collaboratori di Al Jazeera alle organizzazioni terroristiche della Striscia. Quelle accuse furono accolte con grande scetticismo. Oggi alcune ammissioni provenienti direttamente dalle organizzazioni palestinesi sembrano rafforzare almeno una parte delle affermazioni israeliane.
Resta aperta una domanda che riguarda l’intero sistema dell’informazione internazionale. Per anni molte organizzazioni hanno accettato senza particolari verifiche le qualifiche professionali diffuse da fonti locali controllate da Hamas. Le rettifiche arrivate adesso mostrano quanto sia difficile distinguere, dentro un territorio dominato da un’organizzazione terroristica armata, tra attività giornalistica, propaganda politica e partecipazione operativa al conflitto.
La guerra di Gaza, iniziata dopo l’orrore del 7 ottobre per mano terrorista, ha certo prodotto tragedie umane e distruzione. Tuttavia, mentre si contano morti e macerie, emerge anche un’altra necessità: verificare con rigore chi fossero davvero le persone dietro le statistiche che hanno alimentato il dibattito internazionale. Perché la verità dei fatti, soprattutto in tempo di guerra, resta sempre la prima vittima da difendere.
L’ora dei dilettanti

