Un tempo il conformismo occidentale portava giacca e cravatta. Oggi indossa la kefiah, sale su una nave diretta verso Gaza, si fa fotografare sul ponte e aspetta che Israele reagisca per poter gridare al mostro. La Flotilla funziona così: telecamere accese prima ancora della partenza, slogan già pronti, indignazione confezionata in anticipo e distribuita al pubblico occidentale come una serie Netflix morale.
Qui non si tratta di aiutare i palestinesi ma di produrre immagini. L’attivista globale contemporaneo non cerca la complessità ma tutt’al più il selfie etico. Vuole sentirsi eroico senza correre rischi reali, vuole la posa ribelle mentre ripete esattamente ciò che ripetono università, ONG, influencer, giornali progressisti e mezza Europa istituzionale.
E infatti il copione è sempre identico. Israele deve risultare colpevole comunque. Se ferma la nave è un pirata, se la lascia passare ammette la propria colpa, se controlla i passeggeri pratica “torture”, se reagisce diventa il male assoluto. La sentenza arriva prima dei fatti perché i fatti, ormai, interessano pochissimo.Dentro questa liturgia c’è anche qualcosa di profondamente narcisistico. Gaza diventa il fondale emotivo sul quale una parte dell’Occidente mette in scena sé stessa. Un tempo il conformismo pretendeva disciplina, oggi emozione obbligatoria. E guai a chi non applaude.
Bidoni della spazzatura
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