Quando una chiesa viene incendiata in Europa, i giornali aprono dibattiti sulla convivenza. Quando un musulmano viene discriminato, si mobilitano osservatori, associazioni e organismi internazionali. Quando un ebreo viene aggredito, almeno per qualche ora qualcuno se ne accorge ma dopo aver commentato ‘eh, però, Netanyhau…’ passa oltre. Quando invece a fuggire sono i cristiani del Medio Oriente, cala il silenzio.
A Tiro, in Libano, migliaia di cristiani abbandonano le loro case travolti da una guerra che Hezbollah ha portato dentro le loro città, eppure il loro dolore non si adatta ai riflessi condizionati dell’indignazione occidentale perché non sono abbastanza di moda né sono utili a confermare il copione, e dunque non entrano nella classifica delle vittime autorizzate.Da anni i cristiani orientali spariscono pezzo dopo pezzo da terre che abitano da quasi duemila anni. Espulsi, intimiditi, marginalizzati. Eppure non vediamo cortei oceanici, occupazioni universitarie, bandiere appese ai balconi, appelli di attori e cantanti.
La verità è brutale. Esistono sofferenze che commuovono e sofferenze che disturbano. I cristiani del Medio Oriente appartengono alla seconda categoria. Ricordano una realtà troppo complicata per chi preferisce dividere il mondo in buoni e cattivi e chissenefrega se continuano a perdere case, quartieri e futuro. Invisibili. Che oggi, nel nostro tempo, è forse la forma più raffinata di abbandono.
Bidoni della spazzatura
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